Il partito No Euro riconosce la sovranità come appartenente ai cittadini ed esercitata sul territorio nazionale.

Il partito No Euro riconosce la sovranità come appartenente ai cittadini ed esercitata sul territorio nazionale.

Rivendica la sovranità dello stato nella emissione del denaro avente corso legale.

Rivendica allo stato il reddito monetario prodotto con la creazione di moneta avente corso legale e con la creazione di credito.

Riconosce come autenticamente legittimato a rappresentare i cittadini sovrani solo lo stato che eserciti direttamente la sovranità monetaria.

Tutela il potere di acquisto soprattutto dei ceti più deboli.

Persegue la stabilità del potere d’acquisto della moneta.

Si oppone alle oppressioni e distorsioni monopolistiche e oligopolistiche del mercato, della società, della politica, delle istituzioni.

Come forma e mezzo fondamentali per la libertà e l’autonomia, nonché come rimedio e sussidio rispetto agli inconvenienti cagionati dalle monete nazionali e dall’Euro, promuove la diffusione di monete complementari.

Accetta il sistema rappresentativo nell’esercizio della democrazia, ma favorisce le forme di democrazia diretta e partecipativa.

Tutela, con le misure che si rendano necessarie, il territorio nazionale e la sovranità su di esso, quali beni comuni e inalienabili dei cittadini, contro ogni violazione e minaccia…

CONTINUA A LEGGERE: http://www.noeuro.it/index.php?link=manifesto

BRAVO TREMONTI

Non siamo mai stati “berlusconisti”, come non siamo mai stati “antiberlusconisti”; la nostra visione politica è assai lontana da quella del Cavaliere, ma ciò non ci ha impedito di giudicare di volta in volta le scelte del suo governo senza alcun pregiudizio. Molto spesso siamo stati parecchio critici con certi suoi ministri, soprattutto in politica estera che consideriamo assolutamente scellerata, ma qualche volta abbiamo apprezzato le decisioni di altri ministri, soprattutto quelle del ministro dell’Economia.
Negli ultimi tempi Giulio Tremonti si è esposto nel contrastare gli iniqui profitti delle banche come non vedevamo fare da tempo da un ministro di questa Repubblica, anzi forse non lo abbiamo proprio mai visto fare nel dopoguerra. Non sempre i fatti sono stati completamente coerenti con le intenzioni annunciate dal ministro, ma ci faceva piacere credere che tali incertezze provenissero da una oggettiva difficoltà operativa e non da opportunismo o malafede e che anzi Tremonti nel profondo covasse un progetto ancor più audace, ancor più alternativo a questo capitalismo vorace.
Chiudendo ieri i lavori di un convegno organizzato da Bpm, Giulio Tremonti è stato un fiume in piena e le sue parole sono state musica per le nostre orecchie socialiste.
Tremonti ha dato una spallata ad uno dei totem degli ultimi anni, la flessibilità nel lavoro, ovvero la precarietà, un valore largamente condiviso sia dai governi di centrodestra sia, soprattutto, da quelli di centrosinistra che per primi cominciarono ad abbattere decenni di conquiste sindacali su questo tema.
“La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità – ha detto Tremonti – per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Ed ha poi aggiunto: “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”.
Dichiarazioni come queste basterebbero da sole a scatenare il nostro plauso, ma Tremonti è andato oltre, parecchio oltre. La Costituzione, ha detto il ministro, è “ancora molto valida per la parte dei principi” e un ritorno allo spirito originario può portare “a concrete e non poco remote applicazioni”.
”Nella nostra Costituzione – ha aggiunto – c’é il confronto tra le tre diverse culture chiave che animarono lo spirito di quel tempo: quella cattolica, quella comunista e quella liberale” e ha poi indicato l’articolo sulla “proprietà industriale” come “la sintesi delle tre diverse visioni”.
Tremonti non ha mai pronunciato la parola “socializzazione”, forse a buon ragione, temendo che questa potesse scatenare le vestali dell’antifascismo, ma ci sembra evidente che quella è la sintesi da lui auspicata. E’ comunque andato oltre citando un passaggio, che ha detto di ritenere fondamentale, della nostra Costituzione ossia quando recita che “la Repubblica tutela e regola il risparmio e favorisce l’accesso alla proprietà dell’azionariato popolare dei grandi complessi produttivi del Paese”. L’evoluzione delle cose, secondo Tremonti, ha fatto sì che ‘’la Costituzione non sia stata pienamente applicata’’ in quanto ‘’c’e’ stata una rotazione rispetto ai principi formulati allora che ha portato ad un grande favore per i titoli di debito sfavorendo quelli di proprietà’’.
Un fatto che ha portato al ‘’controllo del sistema bancario sulla grande proprietà industriale’’.
Tremonti non si è nemmeno lasciato scappare l’occasione per lanciare una frecciata al modello Usa, quando ha affermato che “negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli”.
Che dire? Bravo Tremonti, se tutti i ministri ragionassero come lui avremmo un governo… italiano.
Scritto da Paolo Emiliani

C’è posta per me, te, voi, loro…

Gedeone Costa 19 ottobre alle ore 15.12
…Ciao Giovanni, non conoscevo il Signoraggio bancario, grazie a te ho cominciato a capire qualcosa.
Una cosa non mi è chiara, chi è che controlla la quantità di banconote che le banche a quanto pare private tipo la banca d’Italia stampano ?
Sapevo che la banca d’Italia stampa delle banconote e come garanzia custodiva dei lingotti d’oro corrispondenti al valore delle banconote.
…Ti ringrazio anticipatamente per la risposta…Buon poneriggio !…
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Giovanni Sandi 19 ottobre alle ore 15.57
Dal 15 agosto 1971 non esiste più la copertura, ossia l’oro, le riserve auree non garantiscono il denaro circolante.

Le LIRE prima del 1971 non erano convertibili direttamente, solo il dollaro Usa lo era, quindi la conversione avveniva acquistando prima i dollari e con quelli l’oro “accordi di bretonwood 1944”

Tieni presente che l’oro custodito nelle camere blindate nei sotterranei della banca d’Italia non è di proprietà della banca, ma la proprietà è del Popolo italiano che paga alla banca la commissione di custodia.

Oggi il denaro non ha nessuna garanzia di valore, rappresenta solo se stesso, il valore lo diamo noi con il lavoro, accettando banconote (carta colorata) o moneta virtuale bonifico bancario (aria fritta) come pagamento.

La cosa straordinaria è che associamo al “denaro debito” la nostra ricchezza e non la nostra schiavitù, per quel denaro prodotto dal nulla e garantito ancora meno essendo debito, siamo disposti ad azzuffarci per un posto di lavoro o commettere crimini.

Il controllo sull’emissione monetaria è della banca di emissione, che naturalmente emette la quantità di denaro in base alla disponibilità di uno Stato ad indebitarsi, non c’è un limite, più lo Stato è in debitato e più la banca rastrella ricchezza sia direttamente imponendo privatizzazioni (Svendita delle aziende di Stato) per ripianare i conti, sia dall’effetto collaterale che lo Stato produce rialzando il prelievo fiscale, togliendo dalle tasche del cittadino il denaro sudato con il lavoro, aumentando l’insolvenza (esecuzioni immobiliari, fallimenti, induzione al suicidio per debito) e la perdita di posti di lavoro.

Se metti in fila tutti gli elementi ti accorgerai che il male dei mali è questo, il denaro per i cittadini è paragonabile all’acqua per i pesci, se prosciughi, tutto muore o scappa altrove, vedi immigrazione (autodeportazione).

Nobel

Obama è però certamente un degno successore del premio Nobel 2008, quel Martti Ahtisaari, ex presidente della Repubblica finlandese ed ex inviato dell’Onu per il Kosovo dove brillò per il suo atteggiamento anti serbo e per il suo spregiudicato sostegno ai terroristi albanesi.

Volendo è stato però fatto anche di peggio, di molto peggio, quando nel 1978 il Premio Nobel per la Pace venne assegnato a Menachem Begin. Nella sua biografia scopriamo che nel 1946 aderisce alla Irgun Zvai Leumi, di cui diventa ben presto il capo.
Organizza e dirige l’attività terroristica della Irgun, sia contro gli arabi che contro gli inglesi. Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto. Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l’hotel King David provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l’hotel era adibito a ospedale militare). Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese. Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in una azione intimidatoria terrorista.
Due giorni dopo lancia un’altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme. Il 12 luglio 1947 con alcuni compagni rapisce due sottufficiali inglesi appena ventenni, li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti. Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay’s Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio. Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale inglese di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti. Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l’azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l’uccisione a sangue freddo di tutti e 254 i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce.

Questo è il valore di un Nobel per la pace.
Ora attendiamo solo per il 2010 il Nobel per la letteratura ad Antonio Di Pietro.

Non vogliamo più sentire media e politici parlare di fatalità

Durante la rivoluzione francese venne stilato un nuovo calendario nel quale i nomi dei mesi autunnali e invernali divenne Vendemmiaio, Brumaio, Frimaio, Nevoso, Piovoso e Ventoso. Insomma, che queste siano stagioni durante le quali si intensificano le precipitazioni temporalesche è cosa nota da sempre e certe calamità fanno purtroppo parte dell’ordine naturale delle cose. I disastri provocati da questi fenomeni atmosferici hanno però spesso assai poco di naturale, perché la mano dell’uomo ha fatto la sua parte. La speculazione edilizia ha sovente cementificato aree che sarebbero dovute rimanere senza abitazioni, perché da sempre interessate ad alluvioni, perché prossime a corsi d’acqua che tendono ad esondare, perché in zone franose o instabili geologicamente.
Inoltre, per far posto al cemento, la speculazione ha deforestato zone che erano indispensabili per la prevenzione di movimenti franosi che a loro volta generano sbarramenti deviando il naturale decorso delle acque.
Ogni anno, però, la stessa storia. Ogni anno, puntuali ad inizio autunno, ci troviamo a commentare alluvioni, frane, distruzioni, danni e purtroppo vittime.
Non saremo noi a dire “piove governo ladro”, perché se piove non è colpa di nessuno, ma è responsabilità di tutti i governi del dopoguerra l’assenza di una concreta politica del territorio.
Il nubifragio che ha colpito l’altro giorno la provincia di Messina è stato certamente intenso, ma non può definirsi “eccezionale”, non è stato un terremoto, ma solo tre ore di pioggia battente che hanno fatto ugualmente vittime che, almeno in parte, si sarebbero potute risparmiare se solamente fosse stata fatta adeguata prevenzione.
Il borgo di Giampilieri, appena 1200 abitanti, solo due anni fa, e proprio di questi tempi, fu investito da un’alluvione assai simile all’attuale che fece ingenti danni, ma non provocò vittime e per questo i media trattarono solo localmente la notizia e naturalmente nessuno ha fatto nulla per impedirne la ripetizione, né il governo, né la regione Sicilia né la provincia di Messina.
Questa volta finisce poi sotto accusa anche la cosiddetta “macchina dei soccorsi”. Quando è stata chiusa per impraticabilità l’autostrada A18, qualcuno ha avuto la brillante idea di deviare il traffico sulla statale ovvero verso l’epicentro del disastro e alcune auto sono state spazzate dalla marea fangosa proprio mentre erano ferme incolonnate sulla strada.
Non vogliamo più sentire media e politici parlare di fatalità: i numeri non ce lo permettono. Negli ultimi cinquant’anni, i fenomeni naturali hanno provocato circa 3.500 morti, vale a dire mediamente 7 morti al mese, secondo una recente stima frutto di una ricerca dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (Anbi). In Italia negli ultimi 90 anni si sono registrate oltre 5.000 grandi alluvioni e 12.000 frane, in media un episodio ogni giorno e mezzo, un po’ troppo per parlare ancora di fatalità.
E’ necessario fare qualcosa, subito, per non doverci ritrovare ogni anno a commentare le stesse notizie.
Bisogna attuare il rimboschimento in tutte le zone devastate dagli incendi, creare canali alluvionali per raccogliere le precipitazioni più intense ed ovviamente impedire le costruzioni dentro o in prossimità di detti canali, mentre sono indispensabili immediate opere di contenimento per le aree a maggior rischio. Opere pubbliche che avrebbero priorità su tutto, anche sul famoso Ponte sullo Stretto, opere che, tra l’altro, servirebbero anche per rilanciare l’economia e l’occupazione.

La crisi economica è dietro le spalle degli italiani?

La crisi economica è dietro le spalle degli italiani, come ripete in continuazione Berlusconi? Chiedetelo all’Inps. La relazione del presidente e commissario straordinario dell’istituto di previdenza,
Antonio Mastrapasqua, diffusa ieri, è roba da far accapponare la pelle.
Tra l’inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, le domande di disoccupazione liquidate dall’Inps sono quasi un milione (per la precisione 984.286), con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Un evidente effetto diretto della crisi economica mondiale, ma c’è dell’altro.
Le ore autorizzate di cassa integrazione guadagni dal primo settembre 2008 al 31 agosto 2009 hanno superato quota 615,5 milioni (sempre per la precisione 615.554.896) realizzando un aumento complessivo del 222,3%, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. In totale la cassa integrazione ordinaria ha registrato un incremento addirittura del 409,4% (per un totale 408.919.363 ore), mentre la cassa integrazione straordinaria è aumentata “solo” dell’86,7%, pari a 206.635.533 ore.
La combinazione dei due dati, disoccupazione e cassa integrazione, evidenzia un fenomeno sotto gli occhi di tutti: tante aziende in crisi e molte che hanno chiuso le porte e non le riapriranno più, almeno in Italia, perché qualche furbetto ha approfittato della situazione per chiudere gli impianti in casa nostra e riaprirli dove costo del lavoro e minor tutela sindacale dei lavoratori garantiscono maggiori profitti. Minor ricchezza complessiva ha poi significato minori consumi, con la relativa perdita di circa diecimila esercizi commerciali nei primi sei mesi del 2009, a totale danno della piccola distribuzione, spina dorsale di ogni economia sana.
A questo punto è evidente che la crisi non è dietro le spalle ed anzi forse il peggio deve ancora arrivare, ma è ancora più evidente che la cura finora utilizzata è errata.
Lo Stato deve riprendere il controllo delle grandi aziende strategiche e realizzare nuove grandi opere riavviando così l’economia ed assorbendo nuova forza lavoro.
Lo Stato deve poi mettere pesantemente mano al sistema bancario,vero cancro del sistema economico attuale.
Innanzitutto vietando qualsiasi frammistione tra banche e sistema industriale, che deve accedere solo ad un sistema creditizio controllato dallo Stato, poi obbligando le banche ad aprire il piccolo credito verso le piccole e piccolissime aziende, anche quelle artigiane, rimuovendo così in avanti tutto il sistema dal basso.
Non servono comunque gli esperti per comprendere che la crisi sta ancora manifestando tutti i suoi effetti negativi, qualsiasi italiano che frequenta mercati e supermercati sta notando come da qualche tempo c’è qualcosa di diverso tra gli scaffali.
Tanta gente si sta rivolgendo verso prodotti di basso costo, magari non di marca e questo spiega pure il perché di una controtendenza positiva dei discount, non solo nei quartieri popolari, ma anche negli storici quartieri “borghesi” delle grandi città.
E se nella società dell’immagine e dell’apparire la gente si rivolge a prodotti anonimi vuol dire che la crisi è prorio vera.

Un Paese sfortunato?

La guerra in Afghanistan reclama ogni giorno le sue vittime, ma l’Italia se ne accorge soltanto quando i morti sono nostri connazionali, per il resto i media addomesticati mantengono un basso profilo, sperando così che la gente possa continuare a credere alla favoletta della missione umanitaria. Soltanto pochi giorni fa in una sola missione assassina i bombardamenti Nato uccisero oltre cento civili, ma nessuno ha alzato la voce, nessuno ha messo titoloni in prima pagina, né i media di parte governativa né la presunta opposizione (ovvero i responsabili della guerra fino all’altro ieri), preferendo puntare il dito su reciproche sordide accuse a sfondo sessuale.
Questa volta i morti sono anche italiani: sei paracadustisti del 186\mo reggimento Folgore ed altri quattro sono feriti gravemente. I due veicoli sui quali iaggiavano erano di scorta ad un convoglio diretto all’aeroporto quando sono stati investiti da una violenta esplosione innescata da due kamikaze. Erano a bordo di due blindati “Lince”, prodotti dalla Iveco, mezzi che molti giudicano inadeguati e poco resistenti, blindati di cartone, ma la divisione mezzi pesanti della Fiat ha in ballo un grosso contratto con gli eserciti Nato dell’Europa dell’Est e così subito ieri si è scatenata la difesa d’ufficio di questi mezzi e proprio il ministro La Russa qualche tempo fa si è mosso personalmente per far dissequestrare tre Lince, fermati dalla magistratura dopo un’altro attacco subito senza offrire adeguata protezione agli occupanti.
Ora assisteremo alle solite lacrime di coccodrillo e tutti (anche i presunti pacifisti) scaglieranno parole di fuoco contro “gli infami terroristi”, senza pensare che ognuno la guerra la fa come può ed i guerriglieri afghani hanno solo esplosivo e coraggio, anche coraggio suicida.
Berlusconi ha ieri definito l’Afghanistan “quello sfortunato Paese”, ma la sfortuna non c’entra nulla. Non è stata la sfortuna che ha portato la guerra in Afghanistan, ma gli Usa che considerano strategico quel territorio sia perché controlla il percorso degli oleodotti sia perché minaccia direttamente il grande nemico di Washington, la Russia.
Il Paese sfortunato, semmai, è l’Italia.
Sfortunato perché ha governanti che cambiano di colore ma non modificano la loro sudditanza verso il padrone di oltre Oceano. Sfortunato perché ha un’opposizione che va in piazza contro la guerra ma poi vota per rifinanziare le missioni militari. E pure sfortunato perché manda i suoi ragazzi a morire senza mezzi adeguati per combattere,
perché se guerra è, servono regole d’ingaggio di guerra e armamento difensivo ed offensivo adeguato.
Nei giorni scorsi l’appena insediato nuovo ambasciatore Usa in Italia ha reclamato a gran voce il proseguimento dell’impegno militare italiano in Afghanistan ed il ministro della Guerra Ignazio La Russa non ha perso tempo per annunciare nuovi invii di mezzi e di uomini.
Queste nuove morti verranno adesso strumentalizzate da chi chiede di “farla finita subito” con i talibani, con i terroristi, con al Qaida e con tutto l’armamentario utilizzato solitamente per trasformare guerre d’invasione in operazioni di polizia internazionali benedette dall’Onu e dalla comunità internazionale politicamente corretta.
No, questo è il momento di richiedere il ritiro immediato di tutte le missioni militari italiane all’estero, con precedenza assoluta a quelle che stanno operando nell’interesse esclusivo degli Usa. Nessun italiano dovrà morire mai più per gli interessi di Washington e della lobby finanziaria internazionale. A pensar bene noi italiani siamo più colpevoli che sfortunati, perché abbiamo avuto oltre 60 anni per cacciare l’invasore ed una classe politica da lui imposta.
E non l’abbiamo fatto.