La nuova politica bipolare: filosessisti e fancazzisti

Il Psi di Craxi, Martelli e De Michelis fu bollato per l’eternità da Rino Formica come «corte di nani e ballerine». Questa espressione è poi entrata stabilmente nel linguaggio politico e giornalistico italiano ed utilizzata ogni volta si voglia descrivere un carrozzone animato da soggetti estranei alla politica, impreparati, rozzi o volgari.
In realtà l’enorme successo del programma “Striscia la notizia” ha portato alla ribalta un’altra figura simbolo del nuovo immaginario mediatico nostrano, la velina. Così negli anni le avvenenti ballerine del programma di Ricci hanno simbolizzato, per estensione, qualsiasi ballerina, starlette, protagonista di reality, frequentatrice di salotti tv e vera o presunta “fidanzata” dello sportivo di turno: sono diventate tutte veline. Per questo lo scandalo che qualcuno vuole a tutti i costi montare sulle presunte feste pruriginose organizzate nelle residenze di Berlusconi si chiama ormai convenzionalmente velinopoli.
Crediamo sia però giunto il momento di chiedere scusa alle veline, quelle vere, ma soprattutto ai nani ed alle ballerine di craxiana memoria. I tempi d’oro del Psi non furono certo alieni dalle pupe di regime (delle quali tal Anja Pieroni divenne simbolo), ma lo scalpore fu destato nei grigi corridoi di viale Mazzini soprattutto perché allora la Rai era ancora in mano al bigottismo ipocrita democristiano. Sì, quando nel 1976 i due canali della Rai assunsero fisionomie diverse, secondo i dettami della Riforma, quel Psi gaudente fu quello che portò una ventata di nuovo nella seconda rete pubblica. In quel clima che ancor oggi con disprezzo si definisce di nani e ballerine prese forma «L’altra domenica» di Renzo Arbore e Maurizio Barendson (erede dell’esperienza radiofonica di «Alto gradimento»), «Onda libera» di Roberto Benigni, «Odeon. Tutto quanto fa spettacolo» di Brando Giordani ed Emilio Ravel, «Bene! Quattro diversi modi di morire in versi» di Carmelo Bene, «Supergulp! Fumetti in tv», «Il teatro di Dario Fo» (dove vengono proposti «Mistero buffo», «La resurrezione di Lazzaro», «Settimo: ruba un po’ meno» e «Isabella, tre caravelle e un cacciaballe»), «Match» il talk show condotto da Alberto Arbasino, «Portobello» di Enzo Tortora. Sia chiaro, non tutto ciò è stato di nostro gradimento, ma è indubbio che rappresentò un enorme passo in avanti rispetto alle ballerine con le calze scure della autocensurata tv democristiana.
Se nani e ballerine furono certo erano nani molto alti e ballerine molto sobrie rispetto all’attuale fiera del cattivo gusto purtroppo giornalmente alimentata da certi media che per diffusione ed importanza nazionale avrebbero il dovere di garantire ben altro livello di informazione.
Le signore informate dei fatti di oggigiorno sembrano appena uscite da un tritacarne mediatico, senza però comprendere se siano completamente vittime o completamente carnefici, probabilmente un po’ l’una un po’ l’altra cosa, certamente vittime di una incontrollabile voglia di apparire, certo confondendo la notorietà con il valore umano di una persona.
Sconcerta però che solo a questi personaggi l’opposizione abbia ormai da tempo delegato il ruolo di testimonial politico e certo non stupisce che il centrosinistra da tempo non abbia incassato che sonore sconfitte elettorali. Vere batoste che il solo Franceschini si ostina a non vedere ed a considerare anzi una vittoria i risultati dei ballottaggi, solo perché il suo Pd non è stato completamente cancellato.
Argomenti per attaccare il governo Berlusconi non mancano certo, dalla politica estera all’economia, ma il Pd dopo tre lustri di conflittod’interessimania ora non trova di meglio che accusare i premier di sessismo.
Un tempo certa sinistra da salotto quando non sapeva cosa dire attaccava l’avversario accusandolo di essere fascista. Non che la cosa fosse meno ridicola sul piano dell’onestà intellettuale, ma almeno aveva un vago sapore politico. L’Italia ha pagato un caro prezzo per quella divisione tra fascisti ed antifascisti, ma ci vergogniamo alla sola idea di un’Italia nuovamente divisa, ma in filosessisti e fancazzisti.

L’eversione telematica e il controllo

Nota Facebook di Giovanni Sandi 19 giugno 2009 alle ore 20:38

Cosa hanno in comune Michael Ledeen, il neo-con Usa antenna anti-Craxi a Sigonella, Mir-Hossein Mussavi il candidato specchio della mafia dell’ex presidente Rafsanjani sconfitto alle elezioni del 24 giugno in Iran e Adnan Khashoggi, il plutocrate saudita?.
Se lo chiede Reza Fiyuzat, analista e docente iraniano, e così risponde: “Sono tutti buoni amici di Manuchehr Ghorbanifar, un presunto agente doppio del Mossad, mercante d’armi nonché figura chiave dell’affaire Irangate”, ovvero gli scandalosi accordi per la vendita di armi Usa a Teheran i cui proventi furono utilizzati dall’amministrazione Reagan per finanziare la controguerriglia dei Contras contro il legittimo governo sandinista nicaraguegno nel biennio 1985 1986.
Di qui una logica addizione: dietro Mussavi, il cosiddetto riformista, protagonista delle manifestazioni verdi a Teheran, radicalmente sconfitto dal riconfermato presidente Mahmud Ahmadinejad, forse c’è la mano del Mossad, di certo quella della Cia e quella del denaro collaborazionista saudita.
Fatto sta che in Iran il 61,5% dei consensi è stato raccolto da Ahmadinejad e il 35,9 da Mussavi: con uno scarto di oltre 10 milioni di voti. L’operazione segreta atlantica è così fallita.
Washington è solita a intervenire, in Iran. Come notano i commentatori liberi di mezzo mondo, da Robert Fisk a Thierry Meyssan di Reseau Voltaire, lo aveva fatto alla fine della seconda guerra mondiale, lo aveva ripetuto nel 1953 per rovesciare il premier nazionalista Mohamar Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato le risorse petrolifere, aveva armato Saddam contro l’Iran, e anche ora, con il tentativo fallito di rivoluzione colorata.
Questa volta l’Iran è diventato il campo di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. La Cia si è appoggiata nel 2009 su una nuova arma: il controllo dei telefoni portatili e di internet. Dalla globalizzazione dei cellulari e delle reti in poi, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro possibilità di interferenza e influenza. Da Echelon a Skype si può captare tutto, diffondere e deviare tutto. La National Security Agency (NSA) – la stessa Autorità manovratrice dell’Iran-Contras – ha ottenuto dai fornitori privati delle reti di connessione la massima collaborazione. Ed hanno compiuto, nel caso della campagna per le presidenziali in Iran, una capillare opera di identificazione dei possibili focolai di resistenza o di dissidio contro il governo legittimo di Teheran o al contrario, dei gruppi o delle persone filogovernative.
Hanno così ottenuto una mappa su cui manovrare la destabilizzazione, senza oscurare nulla.
Come il Mossad. Che si è guardato bene di ordinare il bombardamento o l’oscuramento delle reti di comunicazione durante l’atroce operazione Piombo fuso a Gaza, a cavallo degli inizi di quest’anno.
Attraverso gli sms e le messaggerie così monitorate, i signori del pianeta hanno potuto lanciare decine, centinaia di migliaia di inviti robotici alla resistenza pro-occidentale. Come il Mossad ha insegnato nel luglio e nell’ottobre del 2008 lanciando messaggi robotici alla popolazione libanese e siriana contro gli Hizbollah e il Baa’th.
Lo stesso metodo impiegato a Teheran per drogare la popolazione. Già ad appena due ore dalla fine delle votazioni una sventagliata di sms eteroinviati avevano informato destinatari iraniani selezionati che le Guardie della Costituzione avevano reso nota a Mussavi la sua vittoria e l’uomo di Rafsanjani – lo stesso che tre giorni prima aveva dichiarato scontata la vittoria di Ahmadinejad, anche sulla scorta di indicazioni statistiche Usa che alla vigilia conteggiavano in almeno il 20% lo svantaggio a favore del presidente uscente – ha così potuto chiamare a raccolta la sua rivoluzione colorata.
più tardi un’altra sventagliata di sms informava gli iraniani selezionati (indirizzo: twitter@stopAhmadi) sulla necessità di seguire Facebook o i lanci Twitter sulle proteste della dissidenza.
Sfortunatamente per i manovratori, la società Twitter però ha fermato nella notte le sue linee di comunicazioni per la normale manutenzione dei suoi server.
Subito il Dipartimento di Stato Usa allertava la Twitter per sospendere tale manutenzione. Ne ha dato notizia il New York Times, commentando come tali operazioni hanno contribuito a seminare la sfida del dissenso e come fosse impossibile, con questa tattica individuare messaggi veri e messaggi lanciati da Langley (sede Cia).
Destabilizzare, destabilizzare, destabilizzare, è quanto accaduto a Teheran e dintorni.
Per adesso il piano atlantico, però, è miseramente fallito. Ma lo scacchiere medio-orientale resta la prima linea dell’attacco atlantico all’Europa.

E se democrazia significa governo dei cittadini

Il senso dello Stato: questa è la magica frase per lo più sconosciuta alla casta politicastra italiana.
E non è roba recente, ma è vecchia di almeno sessanta anni, da quando nacque una repubblica a bordo delle jeep dell’invasore angloamericano. Se però la prima generazione di quella classe politica si era comunque formata prima della guerra ed aveva, magari inconsciamente, acquisito un certo senso dello Stato le cose, con il passare del tempo, sono peggiorate.
Oggi dovrebbero persino cambiare il significato della parola politica sul vocabolario della lingua italiana, sostituendolo con roba del tipo “pratiche dei partiti per conquistare il potere e mantenerlo a lungo, anche contro la volontà popolare”. Siamo alla vigilia di un voto che, e dovrebbe essere uno stimolo al dibattito politico, invece si parla solamente di veline, di gossip, di nani e ballerine scorrazzate sugli aerei di Stato. E naturalmente dell’ultima iscrizione di Silvio Berlusconi sul libro degli indagati, atto dovuto a seguito di una denuncia da parte del Codacons, formalmente un’associazione di consumatori, nella sostanza un fiancheggiatore del Pd in servizio permanente effettivo.
Lo scandalo delle auto blu utilizzate per portare le mogli a fare shopping o i figli a scuola, magari con la scorta, è roba vecchia di decenni, ora ci stanno più attenti, ma solo un po’. Fa più notizia adesso un aereo di Stato con “animazione” al seguito, così come durante il governo Prodi uscì fuori la storia di amici di Rutelli aerotrasporati a Monza per vedere il gran premio, su un aereo “blu”, naturalmente.
Centrodestra e centrosinistra la sostanza non cambia, tranne forse il fatto che le sue ricchezze personali inducono spesso il Cavaliere a comportarsi da principe più che da capo del governo e come un principe si porta dietro la sua personale corte; quando riceve gli ospiti stranieri lo fa nella sua villa in Sardegna e si porta i suoi cuochi, i suoi musicisti preferiti e paga di tasca propria i regali per i suoi ospiti.
Non va bene, non va assolutamente bene, anche se alla fine ci fosse un risparmio per i conti pubblici, perché quando uno statista straniero viene in Italia in visita ufficiale non deve essere ospite personale di qualcuno, ma dello Stato italiano, cioè nostro ospite, perché, vale sempre la pena ricordarlo, lo Stato siamo noi.
Ci inquieta poi, ma non ci sorprende, la “tempestività” di questa nuova inchiesta che vede protagonista Berlusconi. Ancora una volta un giudice sbatte il mostro in prima pagina a pochi giorni da un voto, anche se, bisogna ricordarlo, si tratta di un atto dovuto.
Chi come noi ha già deciso di votare dovrebbe disinteressarsi di queste manovre da basso impero (coloniale per giunta), ma non possiamo ignorare come ancora una volta la formale democrazia elettorale sia minacciata dallo strapotere mediatico manipolatore della volontà generale.
E se democrazia significa governo dei cittadini, allora avete solo un candidato e purtroppo solo nel nord-ovest.
La democrazia siamo noi, solo noi.

Giovanni Sandi – g.sandi@tiscali.it – 338 8158280

http://www.youtube.com/watch?v=rI2JIWObcik

BASTA! Ne abbiamo pieni i coglioni.

Gli italiani sono nauseati dalla loro classe politica che giudicano incapace, corrotta e, soprattutto, privilegiata, la cosiddetta casta. Questi sentimenti sono diffusi ed anche consolidati. Senza questa profonda sfiducia, senza questo recondito desiderio di veder trascinato un potente nella polvere non si sarebbe mai potuta consumare la stagione folle di Mani Pulite. La gente allora plaudì ad un Di Pietro qualsiasi, senza accorgersi della mostruosità che stava avallando, perchè troppo forte era l’antipatia per una casta sciagurata, fellona e strapagata. Un po’ tutti i partiti, da qualche tempo a questa parte, stanno quindi facendo finta di desiderare profonde riforme che riportino l’Italia nel solco del buon governo e dei politici senza privilegi.
Si badi bene: è tutta una pantomima, come quella messa in scena da sempre dai radicali, che chiedono l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, ma non del rimborso elettorale per i comitati referendari; infatti da decenni ci ammorbano con quesiti ignobili. Molti si chiedevano perché, la risposta è semplice: perché quello è il finanziamento del partito radicale, con i nostri soldi.
Tutto vogliono ridurre il numero dei ministeri, come se ciò bastasse a ridurre gli sprechi. Il risultato è stato quello, nell’ultimo governo di accorpare il lavoro con la sanità e da tempo un unico dicastero accorpa pubblica istruzione con l’università e la ricerca. Competenze così diverse nello stesso ministero possono solamente creare confusione.
L’ultima follia è però la drastica riduzione di parlamentari che Berlusconi vorrebbe attuare, con l’approvazione un po’ di tutti. Addirittura si vorrebbe portare il numero dei parlamentari a cento. Forse novecento sono troppi, ma cento è un’assurdità.
Un presidente del consiglio, 8 sotttosegretari a Palazzo Chigi, 10 ministri senza portafoglio e 12 ministri con portafoglio già si mangiano quasi un terzo della disponibilità di poltrone, con i sottosegratri si va già oltre questo limite.
Certo, nessuno obbliga che i ministri ed i sottosegratri siano parlamentari, potrebbero anche essere scelti con criteri diversi, ma è difficile, per esempio, immaginare un ministro ai rapporti con il parlamento… non parlamentare.
Esistono poi ben 22 commissioni parlamentari permanenti e già queste impegnano oggi ben più di 100 parlamentari ed una commissione si può definire parlamentare solo se composta da deputati e senatori.
Eliminare il lavoro delle commissioni significherebbe portare in Aula la discussione su ogni provvedimento con il risultato di paralizzare i lavori oppure… di non discutere. Una riforma istituzionale che elimini il palleggiamento di una legge tra una Camera e l’altra è indispensabile, ma se si attuasse una tale riduzione numerica di fatto si abolirebbe la stessa funzione del parlamento.
Non dovremmo essere noi i principali paladini di questa “democrazia parlamentare”, ma qui vediamo alcuni strepitare da anni contro il presunto tentativo autoritario di Berlusconi e poi trovarsi d’acordo su una proposta che svilirebbe ogni ruolo del parlamento.
Il fatto è che, come in tutte le cose, non è il numero che conta, ma la qualità e quella della politica italiana è proprio bassa.

Che cos’è’ la volontà generale?

I Democratici Diretti nascono e vivono con lo scopo di “promuovere iniziative culturali, politiche, sociali, imprenditoriali tra tutti coloro che si riconoscono nell’ideale della democrazia diretta, al fine di diffondere tale ideale e, politicamente, applicare riforme e provvedimenti ad esso ispirate.” [tratto dallo Statuto dei Democratici Diretti].

Noi crediamo che siano i cittadini che hanno il diritto di decidere quali forme devono avere le istituzioni e in che modo essi stessi vogliano governare o anche quanto e cosa vogliano delegare e a chi.

Purtroppo oggi questo non è possibile e, appunto, noi ci battiamo per questo. Noi siamo pronti ad accettare le decisioni che il popolo prenderà democraticamente (quando finalmente ne avrà la possibilità), ma abbiamo anche le nostre particolari idee su come dovrebbe essere uno stato democratico diretto, e non vogliamo rinunciare a esprimerle e a presentarle ai cittadini tutti. Ma, soprattutto, lo ripetiamo, ci battiamo sopra ogni cosa perchè i cittadini possano scegliere, anche cose diverse da quelle che magari oggi noi, membri dei Democratici Diretti pensiamo e vogliamo.

E ognuno di noi, membri dei DD, ha anche le sue idee e proposte, non solo su come dovrebbero essere le istituzioni democratiche, ma anche su come dovrebbero essere regolate l’economia, la sanità, la giustizia, la politica estera, l’ambiente, i rapporti sociali, l’istruzione e la ricerca, il welfare, il mondo del lavoro… e così via fino a idee molto specifiche sul sistema bancario, il sistema tributario, il precariato, la droga, il matrimonio, l’eutanasia, la scuola dell’obbligo, l’immigrazione, l’acqua, le ferrovie e le autostrade…

Più scendiamo nello specifico, più frequentemente ci troviamo a rilevare che le idee che ciascuno presenta sono anche diverse. Ma tutti siamo concordi nell’accettare il “rischio della democrazia”. Il “rischio” cioè che, dopo un libero confronto e un processo decisionale democratico diretti, le proprie idee possano risultare respinte dalla volontà generale. Questa è l’essenza della democrazia. Questo è il rischio che noi accettiamo e che ogni cittadino realmente democratico, sa di dover accettare.

E’ quindi con questo spirito che vi invitiamo a conoscere qual’è la volontà generale dei membri dei DD. Avremmo anche potuto mostrarvi solo le cose su cui siamo tutti d’accordo, ma noi vogliamo mostrare ciò che siamo, quello i membri vogliono, sia individualmente che collettivamente. Non solo per amore di trasparenza, ma perchè QUESTA è democrazia viva.

Buona partecipazione a tutti.

Democrazia Diretta!

Nota Facebook di Giovanni Sandi – 23 maggio 2009 alle ore 15:36


I cittadini possono gestire direttamente il territorio, l’economia, la società!

Con un’idea più vera di Democrazia, sfruttando le nuove tecnologie, partecipando di più potremo finalmente prenderci cura noi stessi, del nostro Paese e della nostra Società .

Un amministrazione pubblica che desideri coinvolgere i cittadini nella formulazione delle proprie politiche, si trova oggi di fronte a una vasta gamma di possibilità , metodologie e strumenti, che sono stati sperimentati e affinati nel corso degli ultimi 10-20 anni in diverse parti del mondo.

> Ecco alcune nostre proposte o inizative di ordine generale che noi sosteniamo dovunque sia possibile:
> Scegliere i tuoi candidati con primarie vere
> Proporre nuove leggi o modificarne di esistenti con referendum propositivi e abrogativi
> Decidere come destinare le proprie tasse tramite il Bilancio Partecipativo
> Controllare l’operato del tuo delegato e revocargli il mandato se non idoneo
> Partecipare di più anche attraverso nuovi strumenti di e-democracy (sms, internet)
> Programmare il proprio futuro in modo sostenibile tramite pratiche partecipative

>Possiamo praticare la democrazia diretta da subito solo che lo vogliamo!

Ecco un modo pratico, specifico e concreto di praticare da subito quanto sopra, senza dover aspettare che le istituzioni diventino democratiche dirette. Dipende solo dalla volontà dei cittadini usare il proprio potere di voto per sostenere e far vincere i candidati Democratici Diretti in qualunque coalizione essi siano candidati.

Storie già viste…

Nota Facebook di Giovanni Sandi 19 maggio 2009 alle ore 20:37

Torino ha visto anche ieri violenti scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti contro il cosiddetto G8 dell’Università, che vedeva in assise i rettori delle università europee.
Alla manifestazione, organizzata da l’ONDA, hanno aderito non solo studenti ma gruppi della sinistra autonoma provenienti un po’ da tutta Italia e certo molti di loro erano giunti nel capoluogo piemontese già preparati allo scontro fisico e per questo fortemente cercato.
La riunione dei rettori è stato poi solo un pretesto, perché presto i manifestanti hanno indirizzato la protesta anche contro le banche e quindi contro un sistema economico principale responsabile della crisi economica internazionale e della diffusa povertà nel mondo.
I borghesi e i benpensanti, ugualmente ripartiti nei due Pd (con e senza L) e dintorni, hanno subito gridato allo scandalo, vagheggiando chissà quali scenari sovversivi già pronti per essere attuati.
Noi, pur rifiutando qualsiasi forma di violenza inutile, cerchiamo di guardare oltre e così facendo scopriamo un profondo disagio tra chi, soprattutto se giovane, non può che guardare con pessimismo al futuro. Scuole ed università trasformate in diplomifici e laureifici rilasciano titoli di studio ormai incapaci di garantire un lavoro ed il precariato e la sottoccupazione diventano il futuro più probabile per le nuove generazioni. Se a questo aggiungiamo il disfacimento dello stato sociale e la distruzione dei valori morali di riferimento non possiamo che trovare una gioventù confusa e senza certezze, sballottata tra un modello fornito dai media fatto di consumi ed una realtà fatta di privazioni.
Ribellarsi è giusto, come è giusto cercare di riappropriarsi del proprio futuro. Questa spontanea voglia di ribellione giovanile spaventa però i manovratori del sistema che certo stanno già cercando, attraverso infiltrazioni e deviazioni, di utilizzare tutto ciò per i loro fini, magari sfruttando anche coloro che desiderano mettere il proprio cappello sulla protesta nel tentativo di recuperare una credibilità politica persa da tempo con le loro partecipazioni ripetute in governi liberisti e capitalisti.
Attenzione quindi a non mettere paletti sbagliati: già una volta, quaranta anni fa, divisero la gioventù ribelle e la fecero ammazzare in una guerra assurda inventando gli opposti estremismi. Non bisogna cadere nel tranello.
Il nemico è uno, uno solo (con i suoi collaborazionisti) e si chiama sistema liberalcapitalista.
Chi lo combatte sta da una parte, chi lo difende, in ogni modo, sta dalla parte opposta.
E questo a prescindere dal colore delle bandiere, da radici ideologiche che possono anche essere differenti, da antiche rivalità che devono essere assolutamente superate. Una grande onda ribelle può essere rivoluzionaria, ma la sua risacca già una volta ha prodotto una sinistra al caviale stolta e bugiarda.