LO SPORT, L’EQUITAZIONE E GLI SPETTACOLI

Lo sport può essere privato, come la preghiera che la persona recita da sola e per proprio conto, anche dentro una stanza chiusa; oppure può essere pubblico, quale è praticato collettivamente nei campi sportivi, come la preghiera cui si adempie collettivamente nei luoghi di culto. Il primo tipo di sport interessa personalmente il singolo individuo; il secondo riguarda tutto il popolo, il quale lo pratica senza lasciare che nessuno lo faccia in sua vece. Sarebbe irrazionale che le masse (gamàhìr) entrassero nei luoghi di culto, senza pregare, solo per stare a guardare una persona o un gruppo che prega.

Allo stesso modo è irrazionale che esse entrino negli stadi e nei campi senza praticare lo sport, solo per stare a guardare uno o più individui che giocano. Lo sport è come il pregare, il mangiare, il riscaldare ed il ventilare. Sarebbe sciocco che le masse entrassero in un ristorante per stare a guardare una persona o un gruppo che mangia! Oppure che la gente lasciasse che una persona o un gruppo godessero fisicamente del riscaldamento e dell’aria in sua vece! Allo stesso modo è irrazionale che si permetta ad un individuo o ad una squadra di monopolizzare lo sport escludendo la società, mentre essa sopporta gli oneri di tale monopolizzazione a vantaggio di detto individuo o detta squadra. Proprio come democraticamente non dovrebbe essere permesso che il popolo autorizzi un individuo, un gruppo, fosse pure un partito, una classe, una confessione religiosa, una tribù o un’assemblea, a decidere del suo destino in sua vece o a sentire i suoi bisogni in sua vece. Lo sport privato interessa solo chi lo pratica su sua responsabilità e a sue spese.

Lo sport pubblico è una necessità pubblica per la gente. Nessuno dovrebbe essere delegato a praticarlo in sua vece, fisicamente e democraticamente.

Sotto l’aspetto fisico tale delegato non può trasmettere agli altri il vantaggio che trae dallo sport per il suo corpo e il suo spirito. Sotto l’aspetto democratico non è giusto che un individuo o un gruppo monopolizzino lo sport, come anche il potere, la ricchezza e le armi, escludendo gli altri. I circoli sportivi oggi al mondo sono alla base dello sport tradizionale e si accaparrano tutte le spese ed i mezzi pubblici relativi all’attività sportiva in ogni stato. Tali istruzioni non sono altro che strumenti di monopolio sociale; come gli strumenti politici dittatoriali che monopolizzano il potere escludendo le masse; come gli strumenti economici che monopolizzano la ricchezza della società; come gli strumenti militari tradizionali che monopolizzano le armi della società.

L’era delle masse, come distruggerà gli strumenti di monopolio della ricchezza, del potere e delle armi, così sicuramente distruggerà anche gli strumenti di monopolio dell’attività sociale quale lo sport, l’equitazione etc. Le masse fanno la fila per sostenere un candidato a rappresentarle nel decidere il loro destino, in base all’assurdo presupposto che egli le rappresenterà e propugnerà la loro dignità, sovranità e prestigio. A tali masse, defraudate della volontà e della dignità, non rimane che stare a guardare una persona che svolge un’attività che per natura dovrebbero svolgere loro stesse. Esse sono come le masse che non praticano lo sport di persona e per se stesse, perché ne sono incapaci per loro ignoranza, e per il raggiungimento davanti agli strumenti che mirano a divertirle e a stordirle affinché ridano e applaudano, invece di fare dello sport, che essi appunto monopolizzano. Come il potere deve essere delle masse, anche lo sport deve essere delle masse. Come la ricchezza deve essere di tutte le masse e le armi del popolo, anche lo sport, per la sua qualità di attività sociale, deve essere delle masse. Lo sport pubblico riguarda tutte le masse, ed è un diritto di tutto il popolo per i vantaggi che offre in salute ed in benessere. E’ stolto lasciare tali benefici ad individui e a gruppi particolari, che li monopolizzano e ne colgono individualmente i vantaggi igienici e spirituali, mentre le masse provvedono a tutte le facilitazioni e mezzi, pagando le spese per sostenere lo sport pubblico e quanto esso richiede. Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere sono migliaia stolti incapaci di praticare lo sport di persona: tanto che stanno allineati sui palchi dello stadio apatici e plaudenti a quegli eroi che hanno strappato loro l’iniziativa dominando il campo, e che si sono accaparrati lo sport requisendo tutti i mezzi prestati a loro vantaggio dalle stesse masse. Le gradinate degli stadi pubblici originariamente sono state allestite per frapporre un ostacolo tra le masse ed i campi e gli stadi: cioè per impedire alle masse di raggiungere i campi sportivi. Esse saranno disertate, e quindi soppresse, il giorno in cui le masse si faranno avanti e praticheranno lo sport collettivamente nel bel mezzo degli stadi e dei campi sportivi, rendendosi conto che lo sport è un’attività pubblica che bisogna praticare e non stare a guardare. Se mai potrebbe essere ragionevole il contrario: che a guardare fosse la minoranza impotente o inerte. Le gradinate degli stadi scompariranno quando non si troverà più chi vi si siede. La gente incapace di rappresentare i ruoli dell’eroismo nella vita, coloro che ignorano i fatti della storia, che sono limitati nella rappresentazione del futuro e che non sono seri nella vita sono degli individui marginali che riempiono i posti dei teatri e degli spettacoli per stare a guardare i fatti della vita e imparare come procede.

Esattamente come gli allievi che riempiono i banchi delle scuole, perché non sono istruiti, anzi in partenza sono analfabeti. Coloro che si costruiscono la vita da sé, non hanno bisogno di guardare come va per mezzo di attori sul palcoscenico del teatro o nelle sale da spettacolo. Così i cavalieri, ciascuno dei quali monta il proprio cavallo, non hanno posto al margine dell’ippodromo. E se ognuno avesse un cavallo non si troverebbe chi assiste ed applaude alla corsa: gli spettatori seduti sono soltanto quelli incapaci di svolgere tale attività, perché non sono cavalieri. Così ai popoli beduini non importa il teatro e gli spettacoli, perché lavorano sodo e sono del tutto seri nella vita. Essi realizzano la vita seria, e perciò si burlano della recitazione. Le comunità beduine non stanno a guardare chi svolge una parte, ma praticano i divertimenti o i giochi in modo collettivo, perché ne sentono istintivamente il bisogno e li eseguono senza spiegazioni. I diversi tipi di pugilato e di lotta sono prova che l’umanità non si è ancora liberata da tutti i comportamenti selvaggi.

Ma necessariamente finiranno, quando l’essere umano si sarà elevato più in alto sulla scala della civiltà. Il duello con le pistole e prima d’esso l’offerta del sacrificio umano erano un costume abituale in una delle fasi dell’evoluzione dell’umanità. Ma queste pratiche selvagge sono cessate da secoli, e l’uomo ha cominciato a ridere di se stesso e nel contempo a dolersi di aver compiuto tali atti. Così sarà anche per la questione dei diversi tipi di pugilato e di lotta fra decenni o fra secoli. Ma gli individui più civilizzati degli altri e mentalmente più elevati già fin d’ora possono fare qualcosa per tenersi lontano dal praticare e incoraggiare tale comportamento selvaggio.

Mu’ammar Gheddafi

LA MUSICA E LE ARTI

L’umanità continuerà ad essere arretrata finché rimarrà incapace di esprimersi in un’unica lingua. Finché l’uomo non realizzerà tale aspirazione – che sembra persino impossibile – l’espressione della gioia e del dolore, del bene e del male, del bello e del brutto, del riposo e dell’affanno, dell’annientamento e dell’eternità, dell’amore e dell’odio, dei colori, dei modi di sentire, dei gusti e del temperamento – l’espressione di tutte queste cose rimarrà nella stessa lingua che ogni popolo parla spontaneamente. Anzi, il comportamento stesso rimarrà conforme alla reazione derivante dal modo di sentire che la lingua crea nell’intelligenza di chi la parla. L’apprendimento di un’unica lingua, qualunque essa sia, non è però la soluzione possibile al giorno d’oggi. Questo problema continuerà a restare necessariamente irrisolto finché il processo di unificazione del linguaggio non passerà attraverso molte epoche e generazioni. E a condizione che il fattore ereditario, trasmesso dalle generazioni precedenti, venga a cessare in seguito al trascorrere di un tempo a ciò sufficiente, dato che il modo di sentire, il gusto e il carattere dei nonni e dei padri formano quello dei figli e dei nipoti. Se tali antenati si esprimevano in lingue diverse, e se i loro discendenti si esprimessero in un’unica lingua, quest’ultimi non avrebbero l’un l’altro gli stessi gusti, sia pure parlando la stessa lingua. Infatti tale unità di gusti si realizza solo dopo che la nuova lingua arriva ad elaborare gusti e modi di sentire che le generazioni si trasmettono per eredità dall’una all’altra. Se un gruppo di gente, in caso di lutto, veste di colore bianco ed un altro gruppo, nella stessa situazione, veste di nero, il modo di sentire di ciascun gruppo si plasmerà in ragione di questi due colori. Vale a dire che un gruppo finisce per detestare il nero, mentre all’altro esso piace, e viceversa. Tale modo di sentire lascia una traccia tangibile, sulle cellule e tutte le molecole e la loro dinamica nel corpo. Perciò questo adattamento del gusto si trasmetterà per eredità: l’erede odia automaticamente il colore odiato da chi glielo trasmette, perché ne eredita anche il modo di sentire. Così i popoli sono in armonia solo con le loro arti e il loro retaggio. Non possono esserlo con quelle degli altri a causa del fattore ereditario; neppure se, diversi per retaggio, dovessero trovarsi a parlare una stessa lingua. Anzi, questa differenza, sia pure in termini molto ridotti, compare persino fra i gruppi di uno stesso popolo.

L’apprendimento di un’unica lingua di per sé non è un problema, e non lo è neppure la comprensione delle arti degli altri, dopo aver appreso la loro lingua. Il vero problema è l’impossibilità del reale adattamento interiore alla lingua degli altri. Cosa che rimarrà impossibile fino a quando non sia scomparsa la traccia ereditaria nel fisico dell’uomo, evolutosi a parlare la stessa lingua. In realtà il genere umano continuerà ad essere arretrato finché l’uomo non parlerà col suo fratello umano una stessa lingua, che sia trasmessa per eredità, e non appresa. Però il raggiungimento di tale meta da parte dell’umanità resta un problema di tempo, almeno finché la civiltà non abbia subito un totale rivolgimento.

Mu’ammar Gheddafi

L’ISTRUZIONE

La scienza e l’apprendimento non consistono solo nel programma sistematico e nelle materie ben classificate che i giovani sono costretti a imparare in libri stampati durante determinate ore, mentre stanno seduti in fila. Questo tipo di istruzione, che attualmente prevale in tutto il mondo, è un metodo contrario alla libertà. L’istruzione coercitiva, di cui vanno fiere le nazioni al mondo ogni volta che riescono a imporla ai giovani, è uno dei metodi repressivi della libertà. E’ una soppressione forzata delle doti dell’essere umano, ed è altresì un modo forzato di orientarne le scelte. E’ un atto dispotico, fatale alla libertà, perché impedisce alla persona la libera scelta, l’originale inventiva e la possibilità di brillare per il proprio talento. E’ dispotismo che la persona sia costretta ad apprendere un siffatto programma. E’ dispotismo che vengano imposte materie specifiche per indottrinare la gente. L’istruzione di tipo coercitivo, l’istruzione metodizzata e sistematizzata, in realtà è un abbrutimento forzato delle masse. Tutti gli stati che limitano gli indirizzi di insegnamento in forma di programmi ufficiali e che costringono la gente a seguirli (fissando in modo ufficiale le materie e le conoscenze di cui viene richiesto l’apprendimento) esercitano prepotenza contro i loro cittadini. Tutti i sistemi di insegnamento prevalenti al mondo dovrebbero essere distrutti da una rivoluzione culturale universale che liberasse la mentalità dell’essere umano dei metodi del fanatismo e del deliberato modellamento del gusto, dell’intelligenza e della mentalità della persona. Ciò significa che gli istituti scientifici debbano chiudere le porte, come potrebbe sembrare a chi legge superficialmente, e neppure che la gente desista di apprendere. Al contrario: significa che la società deve fornire tutti i tipi di istruzione, e deve consentire alla gente la libertà di indirizzarsi in modo spontaneo verso qualsiasi scienza.

Ciò richiede che gli istituti scientifici siano adeguati ad impartire tutti i tipi di conoscenze. Diversamente si limita la libertà dell’essere umano, lo costringe ad apprendere solo determinate conoscenze (ossia quelle che gli vengono fornite) e lo si priva di un diritto naturale, per la mancata disponibilità delle altre. Le società che impediscono e monopolizzano la conoscenza sono reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà. Le società che impediscono la conoscenza della religione per quella che è sono ugualmente reazionarie, oscurantiste (muta ‘ assibat al-gahl: fanaticamente ignoranti) e nemiche della libertà, come anche quelle che monopolizzano la conoscenza religiosa.

Le società che danno un’immagine distorta della religione altrui, della civiltà altrui e dei modi di vita altrui nel presentarli come conoscenza nel loro ambito, sono altresì reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà. Le società che impediscono la conoscenza materiale sono reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà, e lo sono anche quelle che la monopolizzano. La conoscenza è un diritto naturale di ogni essere umano, di cui nessuno ha facoltà di privarlo per nessun preteso, a meno che la persona non commetta qualcosa che le tolga tale diritto. L’ignoranza avrà fine quando ogni cosa sarà presentata nella sua vera realtà e quando la conoscenza sarà resa disponibile ad ogni persona nel modo che le è confacente.

Mu’ammar Gheddafi

I NERI

I Neri domineranno nel mondo

L’ultimo periodo della schiavitù è stato l’asservimento della razza nera da parte della razza bianca. Tale epoca rimarrà impressa nella memoria del Nero finché egli non abbia avvertito che gli è stata restituita la propria dignità. Questo tragico evento storico, il sentimento doloroso che ne deriva, la ricerca del senso di soddisfazione che una razza prova nell’essere riabilitata, costituiscono una ragione psicologica che non è possibile ignorare nel movimento della razza nera allo scopo di vendicare se stessa e di dominare. A ciò si unisce l’ineluttabilità dei cicli storico – sociali, incluso il dominio della razza gialla quando marciò dall’Asia verso gli altri continenti. Poi è venuto il turno della razza bianca, quando è avanzata ha intrapreso un vasto movimento coloniale che ha coinvolto tutti i continenti del mondo. Ora è giunto il turno che sia la razza nera a dominare. Attualmente la razza nera si trova in una situazione sociale alquanto arretrata. Però tale arretratezza agisce a vantaggio della sua superiorità numerica, dato che il basso livello in cui vivono i Neri li ha tenuti al riparo dalla conoscenza dei mezzi di limitazione e di pianificazione della prole. Anche le loro tradizioni sociali arretrate fanno si che non esista limite a contrarre matrimoni. E ciò li porta a moltiplicarsi senza misura, mentre la popolazione delle altre razze va scemando per la limitazione della prole e del matrimonio, e per l’assiduo impegno al lavoro, a differenza dei Neri che vivono in apatia in un clima perennemente caldo.

Mu’ammar Gheddafi

LE MINORANZE

Che cos’è una minoranza (aqualliyyah)? Quali sono i suoi vantaggi e gli svantaggi? Come va risolta la questione delle minoranze in accordo ai diversi problemi dell’uomo alla luce de “La Terza Teoria Universale”? La minoranza è solo di due tipi, non ve n’è terzo: uno è quello che fa parte di una nazione, che la inquadra socialmente; l’altro è quello senza nazione, e senz’altro quadro sociale tranne il proprio. Questo secondo tipo è quello che forma una delle accumulazioni storiche che finiscono per costituire una nazione, in forza della appartenenza e del destino comune. Tale minoranza – come è evidente – ha diritti sociali propri, ed è sopruso che qualunque maggioranza abbia a usurparli. Infatti la connotazione sociale è intrinseca, e non risulta possibile di venire assegnata né tolta. I problemi politici ed economici della minoranza si possono risolvere solo nell’ambito della società delle masse (mugtamà gamàhìrì), nelle cui mani devono trovarsi il potere, la ricchezza e le armi. E’ dispotismo e ingiustizia considerare la minoranza solo in base al fatto che essa è tale sotto l’aspetto politico ed economico.

Mu’ammar Gheddafi

LA DONNA

La donna è un essere umano e l’uomo è un essere umano. Su ciò non esiste disaccordo né dubbio alcuno. La donna e l’uomo, dal punto di vista umano, ovviamente sono uguali. Fare una discriminazione tra uomo e donna sul piano umano è un’ingiustizia clamorosa e senza giustificazione. La donna mangia e beve come mangia e beve l’uomo. La donna odia e ama come odia e ama l’uomo. La donna pensa, apprende e capisce come pensa, apprende e capisce l’uomo. La donna ha bisogno di alloggio, di vestiario e di mezzo di trasporto come ha bisogno l’uomo. La donna ha fame e ha sete come ha fame e ha sete l’uomo. Ma allora perché esiste l’uomo e perché esiste la donna? Certo la società umana non è formata soltanto da uomini o soltanto da donne, ma da entrambi, ossia da uomo e donna assieme per legge di natura. Perché non sono stati creati solo uomini oppure solo donne? Qual’è inoltre la differenza tra uomini e donne, ossia fra l’uomo e la donna? Perché il creato ha richiesto la creazione dell’uomo e della donna, il che si realizza con l’esistenza di entrambi, e non dell’uomo soltanto, o della donna soltanto? Deve assolutamente esservi una necessità naturale a favore dell’esistenza di entrambi, e non soltanto dell’uno, o soltanto dell’altra. Dunque ciascuno dei due non è l’altro, e fra i due vi è una differenza naturale, la cui prova è l’esistenza dell’uomo e della donna assieme nel creato. Ciò di fatto significa che per ciascuno dei due esiste un ruolo naturale che si differenzia conformemente alla diversità dell’uno rispetto all’altro. Dunque è assolutamente necessario che vi sia una condizione che ciascuno dei due vive, e in cui svolge il suo ruolo diverso dall’altro. E tale condizione deve differire da quella dell’altro, in ragione del diverso ruolo naturale proprio di ciascuno. Per riuscire a comprendere tale ruolo, rendiamoci conto della differenza naturale esistente fra la costituzione fisica dell’uomo e quella della donna, ossia quali sono le differenze naturali tra i due: la donna è femmina e l’uomo è maschio.

La donna conformemente a ciò – come dice il ginecologo – ha le sue regole, ovvero arrivata al mese è indisposta, mentre l’uomo per il fatto che è maschio non ha le regole e di abitudine non è mensilmente indisposto. Questa indisposizione periodica, cioè mensile, è un’emorragia. Vale a dire che la donna, per il fatto che è femmina, è naturalmente soggetta ad una emorragia mensile. Quando la donna non ha le sue regole è gravida. E se è tale, per la natura stessa della gravidanza, è indisposta per circa un anno, ovvero impedita in ogni attività naturale finché non partorisce.

Quando poi partorisce o quand’anche abortisce, è colpita dai disturbi conseguenti ad ogni parto o aborto. Invece l’uomo non diviene gravido e di conseguenza, per natura, non è colpito dai disturbi da cui è colta la donna per il fatto che è femmina. La donna dopo il parto allatta l’essere che aveva portato in sé. L’allattamento naturale dura circa due anni. Ciò significa che il bambino è inseparabile dalla donna ed ella è inseparabile da lui, tanto che sarà impedita da svolgere la sua attività e direttamente responsabile di un altro essere umano: è lei che lo assiste nell’adempimento di tutte le funzioni biologiche, e senza di lei egli morrebbe. Invece l’uomo non diviene gravido e non allatta. E qui termina la spiegazione del medico. Questi dati naturali creano differenze congenite, per le quali non è possibile che l’uomo e la donna siano eguali. Esse di per sé costituiscono la reale necessità dell’esistenza, del maschio e della femmina, cioè dell’uomo e della donna. Ciascuno dei due nella vita ha un ruolo o una funzione diversa dall’altro, in cui non è assolutamente possibile che il maschio subentri alla femmina: ossia non è possibile che l’uomo assolva a queste funzioni naturali in luogo della donna. E’ degno di considerazione che tali funzioni biologiche sono un peso gravoso per la donna, che le impone uno sforzo ed una sofferenza non trascurabili. Ma senza dette funzioni cui ella adempie la vita umana finirebbe: si tratta dunque di funzioni naturali, non volontariamente scelte né obbligatorie, ma piuttosto necessarie, la cui sola alternativa sarebbe la fine totale della vita del genere umano. Esiste un intervento volontario contro la gravidanza, che costituisce l’alternativa della vita umana; esiste un intervento volontario parziale contro la gravidanza; esiste l’intervento contro l’allattamento. Essi però sono tutti anelli di una catena di azioni contrarie alla natura della vita, culminanti nell’uccisione, ossia nel fatto che la donna uccida se stessa nella sua essenza per non ingravidare, non procreare e non allattare. Il che rientra negli interventi artificiali contro la natura della vita rappresentata dalla gravidanza, l’allattamento, la maternità e il matrimonio, salvo il fatto che essi ne differiscono nel grado. La rinuncia al ruolo naturale della donna nella maternità, ossia che gli asili nido si sostituiscano alla madre, è l’inizio della rinunzia alla società nella sua dimensione umana e della sua trasformazione in società puramente biologica e in vita artificiale. Separare i bambini dalle madri ammassandoli negli asili nido è un’operazione che li rende pressoché pulcini, perché gli asili nido sono qualcosa che rassomiglia alle stazioni di sagginamento in cui si ammucchiano i pulcini dopo la covata. Infatti solo la maternità naturale conviene alla costituzione dell’essere umano, è compatibile con la sua natura e confacente alla sua dignità.

Vale a dire che il bambino va educato dalla madre e deve crescere in famiglia in cui vi sono amore materno, paterno e fraterno e non in una sorta di stazione come quella per allevare il pollame. Anche i polli tuttavia hanno il bisogno della maternità come fase naturale, al pari dei rimanenti figli dell’intero regno animale. Perciò allevarli in stazioni simili agli asili nido è contro la loro crescita naturale, e persino la loro carne si accosta maggiormente a quella preparata su base industriale che a quella di allevamento spontaneo. La carne degli uccelli di allevamento (mahattàt) non è gustosa e talora non fa nemmeno bene, poiché i rispettivi volatili non stati allevati in modo naturale, ossia a riparo della maternità naturale. Invece i volatili ruspanti sono più appetitosi e sostanziosi, poiché sono cresciuti grazie alla maternità naturale e nutrendosi in modo naturale. In quanto ai senza famiglia e ai senza tetto, la società ne è tutore. E’ solo per costoro che la società dovrebbe istituire gli asili nido etc. E’ meglio che di essi si curi la società, piuttosto che individui che non sono i loro padri. Se si facesse un esperimento empirico per conoscere l’inclinazione naturale del bambino fra la madre e il centro di puericultura, il bambino propenderebbe per la madre, certo non per l’altro. E dato che la predilezione naturale del bambino è per la madre, ella è dunque il riparo naturale e giusto dell’allevamento. Perciò indirizzare il bambino all’asilo nido anziché lasciarlo alla madre è una coercizione ed è un abuso contro la sua libera tendenza naturale. In tutte le cose la crescita naturale è quella sana in piena libertà. Che si faccia dell’asilo nido una madre è un atto coercitivo contrario alla libertà della crescita corretta. I bambini sono condotti all’asilo nido forzatamente, oppure per il fatto che li si raggira e per la loro semplicità infantile. E poi essi vi sono inviati per cause puramente materiali, e non sociali. Ma, tolti i mezzi coercitivi adottati nei loro confronti e la semplicità infantile, essi rifiuterebbero l’asilo nido e starebbero attaccati alle loro madri. La sola giustificazione per questa operazione innaturale e inumana è che la donna si trovi in una situazione incompatibile con la natura, ovvero che sia costretta all’adempimento di obblighi sociali e contrari alla maternità. La natura della donna le comporta un ruolo diverso da quello dell’uomo, per poter adempiere al quale ella deve porsi in una situazione diversa rispetto all’uomo. La maternità è funzione della femmina, non del maschio. Perciò è naturale che i figli non vengano separati dalla madre. Qualunque provvedimento che li separa dalla madre è abuso, tirannia e dispotismo. La madre che rinuncia alla maternità verso i suoi figli contravviene al suo ruolo naturale nella vita, ed occorre che le vengano garantiti i diritti e le condizioni adeguate mancanti.

Sono egualmente l’abuso e il dispotismo che obbligano la donna a espletare il suo ruolo naturale in circostanze innaturali, mettendola in una situazione di contrasto intrinseco. Se la donna rinuncia al suo ruolo naturale del parto e della maternità essendovi costretta, sono esercitate su di lei tirannia e dispotismo. La donna bisognosa di un lavoro, che la renda incapace di assolvere alla sua missione naturale, non è libera essendovi costretta dal bisogno, perché nel bisogno la libertà scompare. Vi sono circostanze appropriate e anche necessarie perché sia agevolato alla donna l’adempimento della sua missione naturale, diversa da quella dell’uomo. Fra esse quelle che si confanno ad una persona indisposta, oppressa dalla gravidanza, ossia dal portare in grembo un altro essere umano capace che la deblita sul piano della capacità materiale. In una delle fasi della maternità è ingiusto che la donna venga messa in una situazione non confacente a tale stato: come il lavoro fisico, che per lei equivale a una sanzione corrispondente al suo tradimento umano della maternità. Ed equivale anche a un tributo che ella è costretta a pagare per entrare nel mondo degli uomini, che certo non sono del suo stesso sesso. Si è convinti – compresa lei stessa – che la donna svolga il lavoro fisico esclusivamente di una spontanea volontà, ma di fatto non è così. Ella vi adempie solo perché la dura società materialistica l’ha messa in circostanze di forza maggiore, senza che lei se ne rendesse direttamente conto. E non le resta altra via che assoggettarsi alle condizioni di tale società, mentre è convinta di lavorare per sua libera scelta. Ma ella non è libera di fronte a una siffatta regola che sosterrebbe: “fra uomo e donna non vi è differenza in nessuna cosa”. L’espressione “in nessuna cosa” è il grande inganno nei confronti della donna. Distrugge infatti le condizioni a lei appropriate e indispensabili: condizioni necessarie e di cui ella deve senz’altro godere dinanzi all’uomo, in conformità alla sua natura che le ha predisposto un ruolo da svolgere nella vita. L’eguaglianza fra l’uomo e la donna nel portare pesi mentre ella è gravida è ingiustizia e crudeltà, come lo è l’eguaglianza fra di loro nel digiuno e nella fatica mentre ella allatta. E’ ingiustizia e crudeltà l’eguaglianza fra di loro in un lavoro sporco che sfigura la bellezza di una donna, privandola della sua femminilità. E’ anche ingiustizia e crudeltà addestrare la donna ad un programma che, di conseguenza la conduce allo svolgimento di un lavoro non confacente alla sua natura. Fra l’uomo e la donna non esiste differenza sul piano umano: a nessuno dei due è lecito sposare l’altro senza il suo libero consenso, né sciogliere il matrimonio senza un equo arbitrato che lo ratifichi, o senza l’accordo delle due volontà dell’uomo e della donna al di fuori dell’arbitrato.

Oppure che la donna si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento, o che l’uomo si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento. La donna è la padrona della casa perché la casa è una delle condizioni appropriate e necessarie a lei che è incinta, è indisposta, procrea ed assolve alla maternità.

La femmina è padrona del riparo della maternità, cioè la dimora, anche nel mondo degli altri animali diversi dall’uomo. Per la sua natura il suo dovere è la maternità, ed è un arbitrio privare i figli della madre o privare la donna della casa. La donna non è altro che femmina. Femmina significa che essa ha una natura biologica diversa da quella dell’uomo, per il fatto che egli è maschio. La natura biologica della femmina, diversa dal maschio, ha assegnato alla donna caratteristiche differenti da quelle dell’uomo sia nella forma sia nell’essenza.

L’aspetto della donna è diverso da quello dell’uomo perché ella è femmina, così come ogni femmina fra gli esseri viventi, animali e vegetali, è diversa dal maschio sia nella forma sia nell’essenza. Questa è una realtà naturale indiscutibile. Il maschio nel regno animale e vegetale è stato creato forte e rude per natura, mentre la femmina nei vegetali e negli animali è stata creata bella e delicata per natura. Queste sono realtà naturali ed eterne con cui sono stati creati gli esseri viventi chiamati uomini, animali, piante. In ragione di tale diversa costituzione e delle leggi naturali, il maschio svolge il ruolo del forte e del rude non per costrizione, ma perché è stato creato così. Invece la femmina svolge il ruolo del delicato e del bello non per sua libera scelta, ma perché è stata creata così. Questa regola naturale è la giusta norma, per il fatto che da un lato è naturale e dall’altro è la regola fondamentale della libertà, dato che le cose sono state create libere e che qualunque intervento contrario alla regola della libertà è un arbitrio. Non attenersi a questi ruoli naturali e trascurarne i limiti significa trascurare e corrompere i valori della vita stessa.

La natura è stata ordinata così per trovarsi in armonia con l’ineluttabilità della vita fra l’essere e il divenire. L’essere vivente, allorché è creato vivente, è un essere che necessariamente vive finché non muore. La durata dell’esistenza tra il principio e la fine si basa su una legge costitutiva e naturale, in cui non vi è possibilità di libera scelta né di coercizione, ma è naturale, è la libertà naturale. Negli animali, nei vegetali e nell’uomo è necessario che vi siano maschio e femmina per il realizzarsi della vita fra l’essere e il divenire. E non è solo sufficiente che l’uomo e la donna esistano, ma bisogna anche che svolgano il loro ruolo naturale per il quale sono stati creati. E ciò deve avvenire con piena capacità. Se esso non è compiuto perfettamente, significa che nel corso della vita vi è un difetto, conseguente a chissà quale circostanza.

E questa è la situazione oggi vissuta dalla società quasi ovunque al mondo, come risultato della confusione fra il ruolo dell’uomo e quello della donna: vale a dire in seguito ai tentativi di ridurre la donna in uomo. In armonia con la natura costitutiva ed i suoi scopi, l’uomo e la donna devono sempre eccellere nel loro ruolo. Altrimenti sarebbe la regressione, l’atteggiamento in contrasto con la natura e distruttivo della regola della libertà, ed in contrasto con la vita e con la sopravvivenza. E’ necessario che ciascuno dei due adempia al ruolo per il quale è stato creato, senza rinunciavi; poiché il rinunciarvi, sia pure in parte, si verifica solo per circostanze di forza maggiore, ovvero in una situazione anomala. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio, oppure l’ornamento e la leggiadria per motivi di salute, rinuncia al suo ruolo naturale nella vita per la circostanza di forza maggiore della salute. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio oppure la maternità etc. a causa del lavoro, rinunzia al suo ruolo naturale per una circostanza egualmente di forza maggiore. La donna che rifiuta la gravidanza, il matrimonio o la maternità etc, senza alcuna causa concreta, rinuncia al suo ruolo naturale per una circostanza di forza maggiore dovuta alla deviazione ideale rispetto alla regola della natura costitutiva. Così non è possibile che la femmina o il maschio rinuncino a svolgere il loro ruolo naturale nella vita, se non in circostanze innaturali, contrarie alla libertà e minatorie per la sopravvivenza. Perciò è necessaria una rivoluzione universale che elimini tutte le condizioni materiali che impediscono alla donna l’espletamento del suo ruolo naturale nella vita, e che le fanno svolgere i compiti dell’uomo perché sia pari a lui nei diritti. Questa rivoluzione avverrà inevitabilmente, specie nelle società industriali, come reazione dell’istinto di sopravvivenza, ed anche senza il bisogno di qualche provocatore alla rivoluzione, come per esempio “Il Libro Verde”. Tutte le società oggi guardano alla donna né più né meno che come ad una merce.

L’Oriente guarda ad essa come oggetto di godimento suscettibile di vendita e di compera. L’Occidente guarda ad essa come se non fosse femmina. Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un’ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita. Infatti il lavoro maschile cancella le belle fattezze della donna con cui la natura costitutiva ha voluto che appaia perché svolga un ruolo diverso da quello del lavoro confacente a chi non è femmina. E’ esattamente come i fiori, creati per attirare i grani del polline e per produrre le semenze: se li eliminassimo finirebbe il ciclo delle piante nella vita. E’ proprio l’abbellimento naturale della farfalla, degli uccelli e delle restanti femmine degli animali che serve a questo scopo vitale naturale.

Se la donna svolge il lavoro maschile deve allora trasformarsi in uomo, rinunziando al suo ruolo e alla sua bellezza. La donna ha pieni diritti, anche senza essere costretta a trasformarsi in uomo e a rinunziare alla sua femminilità. La onformazione fisica, per natura diversa fra l’uomo e la donna, implica che differiscono anche le funzioni degli organi, diversi nella femmina rispetto al maschio. Il che comporta a sua volta una differenza del loro intero modo di essere : differenza di temperamento, di psiche, di nervi e di aspetto fisico. La donna è tenera. La donna è bella. La donna ha facile il pianto. La donna ha paura e generalmente, in conseguenza della conformazione naturale, la donna è delicata, mentre l’uomo è rude. Ignorare le differenze naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e barbare. E’ stolto e pericoloso per la civiltà umana imitarle! Perciò il problema non è che la donna lavori o non lavori. Questo è uno sciocco modo materialistico di porre la questione. Occorre che la società procuri il lavoro a tutti i suoi individui abili e bisognosi, uomini e donne. Ma ogni individuo deve lavorare nel campo che gli si confà, senza essere forzato sotto arbitrio a fare ciò che non gli si addice. E’ sopruso e dispotismo che i bambini si trovino nelle condizioni di lavoro degli adulti. E’ anche sopruso e dispotismo che la donna si trovi nella condizione di lavoro degli uomini. La libertà è che ogni essere umano apprenda le cognizioni che gli si confanno, e che lo qualificano ad un lavoro che gli si addice. Invece il dispotismo è che l’essere umano apprenda le cognizioni che non gli si confanno e lo conducono a un lavoro che non gli si addice. Il lavoro che si confà all’uomo non è sempre quello che si addice alla donna, e le cognizioni che si confanno al bambino non sono quelle che si addicono all’adulto. Non vi è differenza nei diritti umani fra l’uomo e la donna e fra l’adulto e il bambino, ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere.

Mu’ammar Gheddafi

LA NAZIONE

La nazione (ummah) per l’individuo è un riparo politico nazionale, più distante da quello sociale che la tribù fornisce ai suoi membri. Lo spirito tribale (qabaliyyah) è la rovina della coscienza nazionale (qawmiyyah), poiché la fedeltà (walà’) tribale indebolisce e danneggia quella nazionale, così come la fedeltà familiare danneggia e indebolisce quella tribale. Il particolarismo (ta’assub) nazionale, nella stessa misura in cui è necessario alla nazione, è minaccevole per l’umanità. La nazione nella società umana è come la famiglia nella tribù. Ogni qualvolta le famiglie di una stessa tribù si azzuffano sostenendo ciascuna la propria causa, la tribù viene ovviamente minacciata.

Così quando i membri di una stessa famiglia si trovano in conflitto fra loro ed ognuno parteggia a proprio vantaggio, la famiglia viene minacciata. E se le tribù di una nazione si combattono fra loro sostenendo ciascuna i propri interessi, quella nazione viene minacciata. Allo stesso modo sono male e detrimento all’umanità il particolarismo nazionale e l’uso della forza nazionale contro le nazioni deboli; oppure il progresso nazionale conseguito appropriandosi di ciò che appartiene ad altra nazione. Però l’individuo forte, rispettoso di se stesso, consapevole delle sue responsabilità personali è importante ed utile alla famiglia; la famiglia rispettosa, forte, consapevole della sua importanza è socialmente e materialmente utile alla tribù; la nazione progredita, produttiva e civilizzata è utile al mondo intero. Per contro, la struttura (binà’) politica e quella nazionale si corrompono se scendono a livello sociale, cioè familiare e tribale, interferendo con esso e assumendone i punti di vista. La nazione equivale a una grande famiglia passata attraverso lo stadio della tribù ed il moltiplicarsi delle tribù ramificatesi da un’unica stirpe, comprese quelle che vi appartengono per affiliazione in un destino comune. La famiglia non diviene nazione se non dopo il passaggio per gli stadi della tribù e della sua ramificazione, indi per lo stadio d’affiliazione a seguito del diverso mescolarsi. Sotto l’aspetto sociale ciò si realizza dopo un certo tempo, che non può non essere lungo: anche se un lungo tempo, come genera nazioni nuove, così concorre a disgregare quelle antiche. La stirpe unica e l’affiliazione in un destino comune sono i due fondamenti storici di ogni nazione: prima la stirpe e poi l’affiliazione. La nazione però non è solo una stirpe, anche se questa ne è stata la base e l’origine. La nazione, oltre ciò, è costituita da accumulazioni (taràkumàt) storico – umane le quali fanno sì che un complesso di gente viva su una stessa parte di territorio, costruisca una stessa storia, si formi per essa un unico retaggio e finisca per affrontare un unico destino.

Così la nazione, a prescindere dal vincolo di sangue, in definitiva è un’affiliazione e un destino comune ( intimà’ wa masìr). Ma perché la faccia (kharìtah: la carta) della terra ha visto il formarsi di grandi stati che sono poi scomparsi, mentre al loro posto ne sono apparsi altri, e viceversa? Forse che la causa è politica , e non vi è rapporto con la “Base Sociale della Terza Teoria Universale”, oppure è sociale e riguarda in particolare questa parte de ” Il Libro Verde”? Vediamo: nessuna obiezione al fatto che la famiglia è una formazione (takwìn) sociale, e non politica; così pure la tribù perché è una famiglia che si è riprodotta, moltiplicata ed è diventata un ingente numero di famiglie. E la nazione è la tribù che si è ingrandita dopo che i suoi sottogruppi (afkhàdhuhà wa butùnuhà) si sono accresciuti e trasformati prima in clan (‘ashà’ir) e poi in tribù (qabà’il). Anche la nazione è una formazione (takwìn) sociale, il cui vincolo è la coscienza nazionale (qawmiyyah); la tribù è una formazione sociale, il cui vincolo è la coscienza tribale (qabaliyyah); la famiglia è una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza familiare (usriyyah); le nazioni del mondo sono una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza di appartenere all’umanità (insàniyyah). Queste sono ovvie verità. Esiste poi una formazione politica che è lo stato (dawlah), che dà forma all’assetto (kharìtah: carta) politico del mondo. Ma perché tale assetto (lett.: carta) cambia da un’epoca all’altra? La causa è che la formazione politica talora può coincidere con quella sociale, e talora no. Quando essa coincide con una sola nazione dura e non muta, e se muta in conseguenza di un colonialismo straniero o di un suo declino, essa riappare poi sotto l’insegna della lotta nazionale, del risveglio nazionale e dell’unità nazionale. Invece se la formazione politica comprende più di una nazione il suo assetto (“carta”) si smembra in seguito all’indipendenza di ogni nazione sotto l’insegna della propria coscienza nazionale. In tal modo si è smembrato l’assetto (“carta”) degli imperi (imbaràtùriyyàt) comparsi al mondo, poiché erano raggruppamenti di parecchie nazioni, che non tardarono a sostenere ciascuna la propria identità nazionale e ad esigere l’indipendenza. L’impero politico quindi si smembra perché le sue componenti tornino alle loro origini sociali. La prova è del tutto evidente nella storia del mondo, se la riesaminiamo in ogni sua epoca. Ma perché quegli imperi furono formati da nazioni diverse? La risposta è che la formazione dello stato non è solo di tipo sociale, come la famiglia, la tribù e la nazione. Lo stato è un’entità (kiyàn) politica creata da parecchi fattori, il più semplice e il primo dei quali è la coscienza nazionale.

Lo stato nazionale (dawlah qawmiyyah) è l’unica forma politica in armonia con la formazione sociale naturale e la cui esistenza dura finché non è soggetta alla tirannia di un’altra nazionalità più forte; oppure finché la sua formazione politica di stato non viene influenzata dalla sua formazione sociale di tribù, clan e famiglie. Infatti se la formazione politica soggiace a quella sociale, tribale, familiare o confessionalistica (ta’ifi) e ne assume i punti di vista, si corrompe. Gli altri fattori della formazione dello stato che non sia quello semplice (dawlah basìtah), cioè lo stato nazionale, sono di ordine religioso, economico e militare. Un’unica religione talora può formare uno stato da parecchie nazionalità (qawmiyyàt), e così anche la necessità economica e pure le conquiste militari. In tal modo in una determinata epoca il mondo vede cosa è uno stato o un impero, e poi un’altra li vede scomparire. Quando lo spirito nazionale (rùh qawmiyyah) si manifesta più forte dello spirito religioso (rùh dìniyyah) e si inasprisce la lotta tra le diverse nazionalità tenute unite da un’unica religione, allora ogni nazione (ummah) diviene indipendente, tornando alla sua formazione sociale d’origine, e quell’impero scompare. Poi ritorna la fase religiosa, quando lo spirito religioso si manifesta più forte di quello nazionale, e le diverse nazionalità si uniscono sotto l’emblema di un’unica religione. Finché torna un’altra volta la fase nazionale, e così via.

Tutti gli stati composti da nazionalità diverse per cause religiose, economiche, militari o ideologico – positive (‘aqa’idì wad’ì) saranno dilaniati dalla lotta nazionale, finché ogni nazionalità diverrà indipendente, ossia finché il fattore sociale vinca fatalmente su quello politico. Così, malgrado le necessità politiche impongano che vi sia lo stato, la base della vita degli individui è la famiglia, poi la tribù e quindi la nazione sino all’umanità. Il fattore di base è quello sociale, che è fisso, cioè la coscienza nazionale (qawmiyyah). Occorre fare perno sulla realtà sociale e curare la famiglia, affinché l’uomo appaia normale ed educato; poi la tribù come riparo sociale e scuola sociale naturale che educa l’essere umano in ciò che trascende la famiglia; infine la nazione. La persona conosce il pregio dei valori sociali solo dalla famiglia e dalla tribù, che sono la formazione sociale naturale che nessuno interviene a costruire. Si deve aver cura della famiglia nell’interesse dell’individuo, e cura nella tribù nell’interesse della famiglia, dell’individuo e della nazione, cioè della coscienza nazionale. Il fattore sociale (ossia il fattore nazionale) è motore reale e permanente della storia. Ignorare il vincolo nazionale dei gruppi umani, e costruire un ordinamento politico in antitesi alla situazione sociale, significa realizzare una struttura transitoria, che sarà distrutta dalla dinamica del fattore sociale di quei gruppi, ossia dal movimento nazionale di ogni nazione.

Queste sono tutte verità già in principio scontate nella vita dell’essere umano, e non elucubrazioni elaborate. Dovere di ogni individuo al mondo esserne cosciente ed agire comprendendole, affinché la sua opera risulti retta. Occorre dunque conoscere queste verità fisse, perché non si verifichino deviazione, disordine e rovina nella vita dei gruppi umani, in conseguenza d’incomprensione e di mancato rispetto di tali principi della vita umana.

Mu’ammar Gheddafi