Ipocriti politicastri

“Le violenze cessino immediatamente”.
Queste sono state le parole usate l’altro giorno dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini per illustrare la dichiarazione comune sulla questione iraniana dei ministri degli Esteri del G8 riuniti a Trieste.
I ministri degli esteri sono abituati al linguaggio paludato ed un po’ ipocrita della diplomazia ed anche questa volta non hanno risparmiato frasi dall’ambiguo significato come quando Frattini ha detto che il G8 rivolge un “invito forte” a cercare “soluzioni pacifiche”, aggiungendo poi che i ministri sono “costernati e addolorati per le vite perdute”. E’ un’evidente minaccia a Teheran (l’invito forte) seppure in guanto di velluto (le soluzioni pacifiche, per ora). Si comprende invece un po’ meno la costernazione perché medesimo sentimento non venne espresso quando, per esempio, fu ammazzato a Genova Carlo Giuliani oppure quando la polizia, sempre a Genova in occasione di un G8, caricò selvaggiamente a Piazza Manin inermi manifestanti oppure quando fece irruzione e pestò alla cieca alla scuola Diaz. Il rispetto per i morti deve essere sempre assoluto, ma se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo dobbiamo rilevare che i manifestanti di Teheran vogliono con la forza rovesciare il risultato scaturito dalle urne, in qualche modo sono nemici della democrazia, se volessimo usare un linguaggio politicamente corretto; le vittime delle violenze di Genova erano invece cittadini che volevano protestare contro il G8, ritenendo che sia solamente una riunione di potenti senza investitura popolare.
Torniamo però alle nemmeno tanto velate minacce alla sovranità dell’Iran. Frattini, continuando a parlare a nome di tutti i suoi colleghi, ha detto anche che all’interno del G8 “c’è condivisione” e “unità di intenti e di azione”. Già, ma non ci ha detto quali sono questi intenti e quanto siano… pacifici. Si può però intuire da altre dichiarazioni emerse dalla riunione dei potenti del pianeta. “La porta del dialogo deve rimanere aperta – ha continuato Frattini – ma questo dialogo – ha subito specificato il ministro italiano – non deve essere un dialogo fine a se stesso.
Abbiamo degli appuntamenti che già ci siamo dati per verificare nei prossimi mesi se la mano tesa viene raccolta oppure no”.
Insomma, più che un dialogo quello che Frattini voleva dal G8 triestino assomiglia più ad un ultimatum, con tanto di scadenze. “Abbiamo una prima occasione già come G8 – ha ammonito ancora Frattini – una riunione che terremo a settembre durante la settimana di apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e lì ci sarà l’occasione per verificare se l’Iran ha risposto positivamente oppure no”.
In pratica se l’Iran non accetterà le condizioni della cupola mondialista potrebbe entrare nella spirale delle sanzioni e conosciamo bene quale sia l’ultima fase di questa escalation.
Un ricatto.
Ma l’Iran non rinuncerà alla sua sovranità nazionale. Ha il sostegno di Mosca e di tutti gli Uomini Liberi.
Ahmadinejad rispedirà al mittente la provocazione.

Il popolo iraniano sta con il suo governo

I media addomesticati di tutto il mondo diedero grande risalto all’ingresso dei “liberatori” americani nel centro di Baghdad e soprattutto trasmisero parecchie volte le immagini di una festosa folla che abbatteva la statua del “dittatore Saddam Hussein” nel centro di Bagdad. Peccato che pochi hanno potuto vedere quelle stesse immagini appena un po’ più larghe. Sarebbe infatti bastato usare un obiettivo meno lungo per scoprire che la folla era composta solamente da qualche decina di persone, che la piazza era deserta, che il popolo iracheno non festeggiava l’invasione della sua patria e che i demolitori erano protetti proprio dai soldati Usa. Anzi, a guardar con maggiore bene si sarebbe potuto scoprire anche che gli iracheni festanti in Baghdad erano gli stessi, altre volte inquadranti mentre festeggiavano la “liberazione” di altre città, insomma erano veri e propri figuranti prezzolati, forse nemmeno iracheni.
In questi giorni siamo bombardati dalle immagini di una Teheran sconvolta da dimostrazioni di massa e gli stessi media addomesticati ci raccontano una quasi rivoluzione popolare contro il governo di Ahmadinejad. Peccato che ancora una volta le immagini non siano fedeli alla realtà. Fateci caso: anche stavolta le inquadrature sono sempre molto strette e la folla viene sempre fatta immaginare, mai vedere veramente, perché la folla non c’è, non c’è mai stata tranne che durante la prima manifestazione a favore di Mousavi che fu effettivamente numerosa. In questi giorni l’Iran, ma praticamente solo la capitale, è interessata da manifestazioni violente animate da un pugno di migliaia di persone e non si può certo escludere il coinvolgimento diretto di soggetti addestrati e pagati da chi da tempo trama contro la repubblica popolare dell’Iran.
Il presidente Ahmadinejad è stato eletto con una maggioranza schiacciante, addirittura con oltre dieci milioni di voti di vantaggio sul suo rivale, cosa c’è di democratico in queste manifestazioni violente che vorrebbero capovolgere il risultato delle urne umiliando la volontà del popolo? E perché mai il governo di Teheran dovrebbe subire il ricatto e concedere qualcosa a Mousavi ed ai suoi protettori atlantici?
Saddam Hussein, cercando ad ogni costo una soluzione pacifica, accettò molte condizioni imposte con la forza dagli atlantici, ma il risultato non fu la pace, ma la guerra, l’invasione, l’occupazione dell’Iraq. Ahmadinejad fa benissimo a non ripetere quello stesso errore ed a rispondere con fermezza ai tentativi di destabilizzazione in corso.
Teheran, mandando un segnale a tutto l’occidente ha anche già espulso due diplomatici britannici e proprio ieri ha dichiarato che intende limitare ulteriormente i rapporti diplomatici con Londra.
Il popolo iraniano sta con il suo governo; con Mousavi, ovvero con gli atlantici, c’è solo una piccola parte dei cittadini iraniani, la borghesia più ricca che sogna il liberismo sfrenato e la globalizzazione e che baratterebbe volentieri la sovranità nazionale per il suo personale arricchimento.
Ci rattrista nel vedere che in Italia siamo rimasti l’unica voce libera, mentre non soltanto il cameriere Usa Frattini, ma anche la cosiddetta sinistra radicale, (sarebbe meglio dire sinistra al caviale) protesta a favore della rivoluzione colorata.
Costoro scendono in piazza a sostegno di Tel Aviv, Washington, di Londra, della grande finanza internazionale, della globalizzazione, senza comprendere che così facendo combattono contro tutti i popoli, compreso quello italiano.

La nuova politica bipolare: filosessisti e fancazzisti

Il Psi di Craxi, Martelli e De Michelis fu bollato per l’eternità da Rino Formica come «corte di nani e ballerine». Questa espressione è poi entrata stabilmente nel linguaggio politico e giornalistico italiano ed utilizzata ogni volta si voglia descrivere un carrozzone animato da soggetti estranei alla politica, impreparati, rozzi o volgari.
In realtà l’enorme successo del programma “Striscia la notizia” ha portato alla ribalta un’altra figura simbolo del nuovo immaginario mediatico nostrano, la velina. Così negli anni le avvenenti ballerine del programma di Ricci hanno simbolizzato, per estensione, qualsiasi ballerina, starlette, protagonista di reality, frequentatrice di salotti tv e vera o presunta “fidanzata” dello sportivo di turno: sono diventate tutte veline. Per questo lo scandalo che qualcuno vuole a tutti i costi montare sulle presunte feste pruriginose organizzate nelle residenze di Berlusconi si chiama ormai convenzionalmente velinopoli.
Crediamo sia però giunto il momento di chiedere scusa alle veline, quelle vere, ma soprattutto ai nani ed alle ballerine di craxiana memoria. I tempi d’oro del Psi non furono certo alieni dalle pupe di regime (delle quali tal Anja Pieroni divenne simbolo), ma lo scalpore fu destato nei grigi corridoi di viale Mazzini soprattutto perché allora la Rai era ancora in mano al bigottismo ipocrita democristiano. Sì, quando nel 1976 i due canali della Rai assunsero fisionomie diverse, secondo i dettami della Riforma, quel Psi gaudente fu quello che portò una ventata di nuovo nella seconda rete pubblica. In quel clima che ancor oggi con disprezzo si definisce di nani e ballerine prese forma «L’altra domenica» di Renzo Arbore e Maurizio Barendson (erede dell’esperienza radiofonica di «Alto gradimento»), «Onda libera» di Roberto Benigni, «Odeon. Tutto quanto fa spettacolo» di Brando Giordani ed Emilio Ravel, «Bene! Quattro diversi modi di morire in versi» di Carmelo Bene, «Supergulp! Fumetti in tv», «Il teatro di Dario Fo» (dove vengono proposti «Mistero buffo», «La resurrezione di Lazzaro», «Settimo: ruba un po’ meno» e «Isabella, tre caravelle e un cacciaballe»), «Match» il talk show condotto da Alberto Arbasino, «Portobello» di Enzo Tortora. Sia chiaro, non tutto ciò è stato di nostro gradimento, ma è indubbio che rappresentò un enorme passo in avanti rispetto alle ballerine con le calze scure della autocensurata tv democristiana.
Se nani e ballerine furono certo erano nani molto alti e ballerine molto sobrie rispetto all’attuale fiera del cattivo gusto purtroppo giornalmente alimentata da certi media che per diffusione ed importanza nazionale avrebbero il dovere di garantire ben altro livello di informazione.
Le signore informate dei fatti di oggigiorno sembrano appena uscite da un tritacarne mediatico, senza però comprendere se siano completamente vittime o completamente carnefici, probabilmente un po’ l’una un po’ l’altra cosa, certamente vittime di una incontrollabile voglia di apparire, certo confondendo la notorietà con il valore umano di una persona.
Sconcerta però che solo a questi personaggi l’opposizione abbia ormai da tempo delegato il ruolo di testimonial politico e certo non stupisce che il centrosinistra da tempo non abbia incassato che sonore sconfitte elettorali. Vere batoste che il solo Franceschini si ostina a non vedere ed a considerare anzi una vittoria i risultati dei ballottaggi, solo perché il suo Pd non è stato completamente cancellato.
Argomenti per attaccare il governo Berlusconi non mancano certo, dalla politica estera all’economia, ma il Pd dopo tre lustri di conflittod’interessimania ora non trova di meglio che accusare i premier di sessismo.
Un tempo certa sinistra da salotto quando non sapeva cosa dire attaccava l’avversario accusandolo di essere fascista. Non che la cosa fosse meno ridicola sul piano dell’onestà intellettuale, ma almeno aveva un vago sapore politico. L’Italia ha pagato un caro prezzo per quella divisione tra fascisti ed antifascisti, ma ci vergogniamo alla sola idea di un’Italia nuovamente divisa, ma in filosessisti e fancazzisti.

L’eversione telematica e il controllo

Nota Facebook di Giovanni Sandi 19 giugno 2009 alle ore 20:38

Cosa hanno in comune Michael Ledeen, il neo-con Usa antenna anti-Craxi a Sigonella, Mir-Hossein Mussavi il candidato specchio della mafia dell’ex presidente Rafsanjani sconfitto alle elezioni del 24 giugno in Iran e Adnan Khashoggi, il plutocrate saudita?.
Se lo chiede Reza Fiyuzat, analista e docente iraniano, e così risponde: “Sono tutti buoni amici di Manuchehr Ghorbanifar, un presunto agente doppio del Mossad, mercante d’armi nonché figura chiave dell’affaire Irangate”, ovvero gli scandalosi accordi per la vendita di armi Usa a Teheran i cui proventi furono utilizzati dall’amministrazione Reagan per finanziare la controguerriglia dei Contras contro il legittimo governo sandinista nicaraguegno nel biennio 1985 1986.
Di qui una logica addizione: dietro Mussavi, il cosiddetto riformista, protagonista delle manifestazioni verdi a Teheran, radicalmente sconfitto dal riconfermato presidente Mahmud Ahmadinejad, forse c’è la mano del Mossad, di certo quella della Cia e quella del denaro collaborazionista saudita.
Fatto sta che in Iran il 61,5% dei consensi è stato raccolto da Ahmadinejad e il 35,9 da Mussavi: con uno scarto di oltre 10 milioni di voti. L’operazione segreta atlantica è così fallita.
Washington è solita a intervenire, in Iran. Come notano i commentatori liberi di mezzo mondo, da Robert Fisk a Thierry Meyssan di Reseau Voltaire, lo aveva fatto alla fine della seconda guerra mondiale, lo aveva ripetuto nel 1953 per rovesciare il premier nazionalista Mohamar Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato le risorse petrolifere, aveva armato Saddam contro l’Iran, e anche ora, con il tentativo fallito di rivoluzione colorata.
Questa volta l’Iran è diventato il campo di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. La Cia si è appoggiata nel 2009 su una nuova arma: il controllo dei telefoni portatili e di internet. Dalla globalizzazione dei cellulari e delle reti in poi, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro possibilità di interferenza e influenza. Da Echelon a Skype si può captare tutto, diffondere e deviare tutto. La National Security Agency (NSA) – la stessa Autorità manovratrice dell’Iran-Contras – ha ottenuto dai fornitori privati delle reti di connessione la massima collaborazione. Ed hanno compiuto, nel caso della campagna per le presidenziali in Iran, una capillare opera di identificazione dei possibili focolai di resistenza o di dissidio contro il governo legittimo di Teheran o al contrario, dei gruppi o delle persone filogovernative.
Hanno così ottenuto una mappa su cui manovrare la destabilizzazione, senza oscurare nulla.
Come il Mossad. Che si è guardato bene di ordinare il bombardamento o l’oscuramento delle reti di comunicazione durante l’atroce operazione Piombo fuso a Gaza, a cavallo degli inizi di quest’anno.
Attraverso gli sms e le messaggerie così monitorate, i signori del pianeta hanno potuto lanciare decine, centinaia di migliaia di inviti robotici alla resistenza pro-occidentale. Come il Mossad ha insegnato nel luglio e nell’ottobre del 2008 lanciando messaggi robotici alla popolazione libanese e siriana contro gli Hizbollah e il Baa’th.
Lo stesso metodo impiegato a Teheran per drogare la popolazione. Già ad appena due ore dalla fine delle votazioni una sventagliata di sms eteroinviati avevano informato destinatari iraniani selezionati che le Guardie della Costituzione avevano reso nota a Mussavi la sua vittoria e l’uomo di Rafsanjani – lo stesso che tre giorni prima aveva dichiarato scontata la vittoria di Ahmadinejad, anche sulla scorta di indicazioni statistiche Usa che alla vigilia conteggiavano in almeno il 20% lo svantaggio a favore del presidente uscente – ha così potuto chiamare a raccolta la sua rivoluzione colorata.
più tardi un’altra sventagliata di sms informava gli iraniani selezionati (indirizzo: twitter@stopAhmadi) sulla necessità di seguire Facebook o i lanci Twitter sulle proteste della dissidenza.
Sfortunatamente per i manovratori, la società Twitter però ha fermato nella notte le sue linee di comunicazioni per la normale manutenzione dei suoi server.
Subito il Dipartimento di Stato Usa allertava la Twitter per sospendere tale manutenzione. Ne ha dato notizia il New York Times, commentando come tali operazioni hanno contribuito a seminare la sfida del dissenso e come fosse impossibile, con questa tattica individuare messaggi veri e messaggi lanciati da Langley (sede Cia).
Destabilizzare, destabilizzare, destabilizzare, è quanto accaduto a Teheran e dintorni.
Per adesso il piano atlantico, però, è miseramente fallito. Ma lo scacchiere medio-orientale resta la prima linea dell’attacco atlantico all’Europa.

E se democrazia significa governo dei cittadini

Il senso dello Stato: questa è la magica frase per lo più sconosciuta alla casta politicastra italiana.
E non è roba recente, ma è vecchia di almeno sessanta anni, da quando nacque una repubblica a bordo delle jeep dell’invasore angloamericano. Se però la prima generazione di quella classe politica si era comunque formata prima della guerra ed aveva, magari inconsciamente, acquisito un certo senso dello Stato le cose, con il passare del tempo, sono peggiorate.
Oggi dovrebbero persino cambiare il significato della parola politica sul vocabolario della lingua italiana, sostituendolo con roba del tipo “pratiche dei partiti per conquistare il potere e mantenerlo a lungo, anche contro la volontà popolare”. Siamo alla vigilia di un voto che, e dovrebbe essere uno stimolo al dibattito politico, invece si parla solamente di veline, di gossip, di nani e ballerine scorrazzate sugli aerei di Stato. E naturalmente dell’ultima iscrizione di Silvio Berlusconi sul libro degli indagati, atto dovuto a seguito di una denuncia da parte del Codacons, formalmente un’associazione di consumatori, nella sostanza un fiancheggiatore del Pd in servizio permanente effettivo.
Lo scandalo delle auto blu utilizzate per portare le mogli a fare shopping o i figli a scuola, magari con la scorta, è roba vecchia di decenni, ora ci stanno più attenti, ma solo un po’. Fa più notizia adesso un aereo di Stato con “animazione” al seguito, così come durante il governo Prodi uscì fuori la storia di amici di Rutelli aerotrasporati a Monza per vedere il gran premio, su un aereo “blu”, naturalmente.
Centrodestra e centrosinistra la sostanza non cambia, tranne forse il fatto che le sue ricchezze personali inducono spesso il Cavaliere a comportarsi da principe più che da capo del governo e come un principe si porta dietro la sua personale corte; quando riceve gli ospiti stranieri lo fa nella sua villa in Sardegna e si porta i suoi cuochi, i suoi musicisti preferiti e paga di tasca propria i regali per i suoi ospiti.
Non va bene, non va assolutamente bene, anche se alla fine ci fosse un risparmio per i conti pubblici, perché quando uno statista straniero viene in Italia in visita ufficiale non deve essere ospite personale di qualcuno, ma dello Stato italiano, cioè nostro ospite, perché, vale sempre la pena ricordarlo, lo Stato siamo noi.
Ci inquieta poi, ma non ci sorprende, la “tempestività” di questa nuova inchiesta che vede protagonista Berlusconi. Ancora una volta un giudice sbatte il mostro in prima pagina a pochi giorni da un voto, anche se, bisogna ricordarlo, si tratta di un atto dovuto.
Chi come noi ha già deciso di votare dovrebbe disinteressarsi di queste manovre da basso impero (coloniale per giunta), ma non possiamo ignorare come ancora una volta la formale democrazia elettorale sia minacciata dallo strapotere mediatico manipolatore della volontà generale.
E se democrazia significa governo dei cittadini, allora avete solo un candidato e purtroppo solo nel nord-ovest.
La democrazia siamo noi, solo noi.

Giovanni Sandi – g.sandi@tiscali.it – 338 8158280

http://www.youtube.com/watch?v=rI2JIWObcik